Volume monografico su Oshima Nagisa

E` disponibile nelle librerie il volume monografico su Oshima Nagisa (ed Il Castoro), uscito in occasione della retrospettiva organizzata dal Torino Film Festival di quest`anno, curato da Stefano Francia di Celle. Nella moltitudine di interventi di critici, registi e quant`altro, il libro comprende anche un mio piccolo saggio sulle eterotropie nel cinema del regista…

 

Tokyo International Film Festival 2009 – Report

Apparso su Il Manifesto di mercoledi 4 novembre,

di Matteo Boscarol
TOKYO
Perversioni jap, sabbie mobili filippine, caccia ai delfini
Il festival giapponese 2009, tutto il cinema asiatico
Anche quest’anno il Tokyo International Film Festival ventiduesima edizione (17-25 ottobre) si è ritagliato un dignitoso spazio di vetrina del cinema asiatico. Certo, molte delle opere erano già state viste nei festival più prestigiosi, ma è stato interessante (ri)vederle insieme per farsi un’idea di cosa sta succedendo nell’attuale cinematografia orientale. La competizione ufficiale è stata vinta dal bulgaro Kamen Kalev con Eastern Plays, storia di violenza neonazista a Sofia che si intreccia con il destino di due fratelli, uno dei quali interpretato da Christo Christov purtroppo deceduto subito dopo le riprese e a cui è stato conferito il premio come miglior attore. Di tutt’altro genere The Trotsky, premiato dal pubblico come miglior film, divertente commedia canadese dove uno studente diciassettenne è convinto di essere la reincarnazione del famoso rivoluzionario russo. Ha generato non poche polemiche l’esclusione e poi la frettolosa reintegrazione di The Cove, visto anche a Roma, documentario diretto da Louie Psihoyos sull’annuale massacro dei delfini perpetrato a Taiji in Giappone e che comunque è stato tenuto a basso profilo evitando qualsiasi tipo di dibattito. Peccato, perché anche quest’anno come nel 2008 il festival aveva una sezione ecologica (rapporto uomo-ambiente), tanto da sostituire il classico tappeto rosso con uno verde fatto di materiale riciclato. Questa enfasi per l’approccio ecologico ha fatto sì che il film di apertura del Tiff sia stato il maestoso documentario Oceans in anteprima mondiale, realizzato in quattro anni di lavoro in giro per il mondo da Jacques Cluzaud e Jacques Perrin.
20091025-livetape_mainIl festival ha offerto uno sguardo su una buona fetta del cinema asiatico, soprattutto nelle sezioni laterali come Winds of East Asia e Japanese Eyes, dedicata a opere di giovani autori giapponesi fra cui è stato premiato Live Tape, interessante documentario-esperimento realizzato in unico long take di 74 minuti, in cui il giovane regista Tetsuaki Matsue segue il musicista Kenta Maeno girovagare per le strade di Kichijoji. Nella stessa sezione To Walk Beside You (Kimi to arukou), di Yuya Ishii, già vincitore del Gran Prix al Pia Film Festival 2007, e Tochka di Hiroyuki Matsumura. Il primo ci narra della folle e paradossale fuga di uno studente delle scuole superiori e della sua insegnante trentaquattrenne dalla campagna alla città, in un’opera interessante, almeno per il suo approccio comico/surreale verso i problemi che affliggono la contemporaneità giapponese. Nel suo tono a volte farsesco il film riesce a tratteggiare in un modo molto pungente e quindi meno ovvio, l’egoismo, la falsità, la vuota formalità e la perversione che a volte caratterizzano la società nipponica. Tochka è invece un’opera agli antipodi, un film astratto e pretenzioso che racconta il misterioso incontro di un uomo e una donna su una spiaggia deserta. Il regista gioca molto sul contrasto fra le costruzioni cubiche (Tochka) che sono sparse vicino al mare e la desolazione orizzontale del mare. Forse troppo carico di simboli e con delle cadute inevitabili, può contare però sull’interpretazione del bravo Shun Sugata, soprattutto nella lunga e drammatica scena finale, 15 minuti di inquadratura fissa in una semioscurità al digitale (il film è girato in Dvcam). Non per tutti i palati, ma sicuramente da lodare per il coraggio.
Al Tiff, come è successo negli ultimi anni nei maggiori festival internazionali, abbiamo anche assistito ad una sorta di «riscoperta» o rinnovato interesse per il cinema filippino. Se a Venezia Engkwentro di Pepe Diokno ha vinto il premio come miglior opera esordiente e a Cannes Brillante Mendoza ha lottato fino all’ultimo per la Palma d’Oro, al Tiff si è potuto vedere in competizione ed in anteprima mondiale Manila Skies di Raymond Red, uno dei pionieri del cinema filippino degli Ottanta, qui al suo esordio dopo ben 13 anni, viaggio di speranza e di affrancamento di un bambino (e poi uomo) dalle campagne alla città per cercare di sfuggire alla miseria ed al proprio destino. Red ci mostra l’inanità di qualsiasi movimento di ribellione nelle moderne Filippine, le sabbie mobili di una società imprigionata in un cul de sac da cui sembra quasi impossibile liberarsi se non avverrà prima un cambiamento a livello personale. Un destino che per stessa ammissione del regista, caratterizza anche il moderno cinema del suo paese, sempre sul punto di emergere ma continuamente riportato indietro in un maledetto girare a vuoto. Nel film ha una piccola parte anche Lav Diaz, già vincitore della sezione Orizzonti a Venezia nel 2008 con le otto ore amate/odiate di Melancholia. Lo stesso Diaz era presente al Tiff con un’opera di 40 minuti, Butterflies Have No Memories, compreso nel Jeonju Digital Project 2009: Visitors, 3 episodi firmati, in digitale, da altrettanti autori. E chi meglio di lui che in un’intervista ha definito «il digitale una teologia della liberazione», per valorizzare questo progetto? Nel bianco e nero crepuscolare/aurorale dei lunghi piani fissi del film, Diaz ci racconta la vita di alcune persone rimaste senza lavoro dopo che la compagnia canadese (storia vera) che la gestiva ha deciso di chiudere una miniera. Anche qui ritroviamo la stessa illusoria speranza poi negata. 154

Assieme a Diaz in questo interessante progetto c’erano anche il coreano Hong Sang Soo e la giapponese Naomi Kawase con Koma, già vincitrice di un Gran Prix a Cannes, dimostra ancora una volta di possedere un tocco speciale nel raccontare la storia di un uomo e di una donna e delle rispettive famiglie intrecciarsi con lo spirito naturale e le presenze ancestrali del luogo, un remoto villaggio di montagna.

«The Rebirth of Buddha», Buddha risorge dentro le anime?

Posto l`articolo uscito su Il Manifesto del 27 ottobre:

Buddha risorge dentro le anime
Nelle sale nipponiche è uscito «The Rebirth of Buddha», film d’animazione con sfondo di proselitismo religioso, voluto e prodotto da una delle nuove sette che popolano il Sol Levante: Kofuku-no-Kagaku (Happy Science). Una teenager sconfigge il demonio e aiuta il grande «guru» a manifestarsi per riportare la pace perduta. Una storia a tesi, priva di accattivanti simbologie sul sacro
Matteo Boscarol
TOKYO
Nel 1945 usciva nelle sale giapponesi, prodotto dalla Shochiku e per volere della marina nipponica, il primo lungometraggio giapponese, Momotaro: Umi no Shinpei, film dichiaratamente di propaganda militare scritto e diretto da Mitsuyo Seo. Sono passati più di sessant’anni da quella data e l’animazione del Sol Levante si è guadagnata in questo lasso di tempo, un posto importante fra le arti di questa contemporaneità di inizio terzo millennio, attraversando un’ampia varietà di stili e di temi.
Mancava all’appello un film animato di propaganda, o meglio proselitismo, religioso e questo «buco», di cui nessuno sentiva in verità la mancanza, è stato colmato la scorsa settimana quando nelle sale di tutto il Giappone è uscito Buddha Seinen (The Rebirth of Buddha) voluto e prodotto da una delle nuove sette che popolano il paese del Sol Levante e precisamente quella denominata Kofuku-no-Kagaku (Happy Science).
Il gruppo non è in realtà nuovo a progetti del genere, negli anni passati aveva infatti finanziato tre film che, come quest’ultimo, sono tratti da scritti del suo fondatore Ryuho Okawa. Animazioni con queste finalità se ne erano viste già alcune, soprattutto prodotte dalla Soka Gakkai e per quanto riguarda il mondo dei manga le pubblicazioni di questo genere sembrano essere moltissime. Ciò che rappresenta la novità in questo caso è il fatto che The Rebirth of Buddha gode di una distribuzione da film di Hollywood e, cosa ancora più impensabile, che al primo weekend di proiezioni era al secondo posto del box office giapponese.
Cosa ancora più strana, a cui abbiamo assistito alla proiezione, è che la quasi totalità del pubblico era formato dalle cosiddette obasan, le signore di mezza età, di solito l’ultima tipologia di spettatori per l’animazione. Evidentemente un lavoro di distribuzione gratuita o di acquisto «forzatamente volontario» dei biglietti (molto popolare fra le compagnie giapponesi) è stata messa in atto da Happy Science. Sta di fatto che in rete si sono susseguiti i commenti di chi sminuiva la cosa negando la volontà di proselitismo del progetto, definandolo solo un altro anime fra i tanti altri. Eppure su questo punto non vi sono dubbi: il film è totalmente ed integralmente un film di proselitismo religioso, senza che in questa definizione vi sia niente di negativo. Non vogliamo qui criticare il desiderio o la possibilità di diffondere le proprie idee quant’anche esse non siano condivisibili; quel che ci preme fare in questa sede è però mettere in luce ed analizzare la pochezza dell’opera.

the_rebirth_of_buddha
La storia si svolge ai nostri giorni, quando la Terra entra in un periodo di oscurità e decadenza con l’arrivo, sotto smentite spoglie, del diavolo nel nostro mondo e la conseguente attesa per l’avvento/rinascita del Buddha che verrà a salvare e riportare sulla retta via il genere umano. Tutto questo si intreccia con la storia di una ragazzina che improvvisamente comincia a percepire e vedere gli spiriti maligni che gravano attorno alle persone. Il diavolo usa la persona fisica di un sedicente santone a capo di una setta, per spacciarsi come il vero e nuovo Buddha, ma grazie anche all’intervento della stessa teenager il vero Buddha riuscirà a manifestarsi nello scontro finale con il demonio in uno stadio di baseball dove naturalmente avrà la meglio diffondendo la luce e parole di pace su tutto il Giappone.
Raccontata così sembra una puntata poco riuscita di Dragonball ed è purtroppo la verità. Senza un briciolo di ironia e con molta pomposità il film è realizzato in una maniera così piatta che forse ere meglio fare delle letture del libro a cui si ispira in giro per il Giappone. Inoltre, ed è forse questo il difetto più grosso del film, c’è un grado di semplificazione da far impallidire Hollywood, buoni contro cattivi, i primi lucenti e puri nell’aspetto, i secondi grigi in viso e sempre in penombra. Fa riflettere il fatto che il vero Buddha sia rappresentato con tratti occidentali e vestito in un moderno completo bianco mentre il diavolo che si rivela nel finale abbia palesemente dei tratti orientali e indossi un vestito dal taglio tradizionale. Facile sarebbe criticare il film e l’ideologia che sta dietro a esso da un punto di vista ateo, ciò che è più grave e che l’operazione danneggia paradossalmente sia la setta stessa, probabilmente mossa da sinceri ideali, sia tutti coloro che sono interessanti in modo serio alle manifestazioni del sacro, anche nella settima arte. In questo senso la mancanza di qualsivoglia simbologia ne fa un’ opera, proprio dal punto di vista del sacro, completamente dozzinale e deprecabile, non si pretendeva certo di raggiungere il grado immaginale delle opere di Tarkovskij o dell’Oshii più ispirato, ma per lo meno una complessità alla Evangelion, tanto per rimanere nell’animazione, poteva essere tentata.
All’uscita dalla sala, potremmo forse sbagliarci, ma ci è parso di vedere un signore del gruppo fare cenni di assenso col capo nei confronti degli spettatori. Li attendeva, in caso qualcuno avesse voluto approfittare dell’occasione e interessarsi a Happy Science. Forse aveva ragione Aurobindo quando diceva (parafrasiamo) che i nuovi movimenti religiosi anche quelli apparentemente meno condivisibili sono la testimonianza di un cambio di paradigma, di un evoluzione, però inquesto caso l’unica esperienza salvifica è stata quella di uscire dal cinema.

Lav Diaz: “il digitale è teologia della liberazione”

Bellissima intervista, datata 2007,  con il regista filippino Lav Diaz, premiato nel 2008 a Venezia Orizzonti per il fluviale “Melancholia”.

“adesso possiamo distruggere i governi grazie al digitale”

“il digitale è teoria della liberazione”

qui

DVD box per Ichikawa Jun

buythesuit5Uscirà il 18 ottobre di quest’anno un DVD box dedicato all’opera del regista giapponese Ichikawa Jun, improvvisamente scomparso l’anno scorso all’età di 60 anni.

Il box (che uscirà in Giappone)  è un’iniziativa interessante perchè oltre  a raccogliere 6 dei film del cineasta nipponico (fra cui l’ultimo e quasi sperimentale Buy a suit / スーツを買う), comprende anche circa 60 spot televisivi realizzati dallo stesso Ichikawa durante la sua carriera. Pubblicità molto divertenti, surreali, che sono entrate nell’immaginario giapponese  e che completano  l’opera visiva del regista.

Venezia 2009 – film estremo orientali

Posto qui il pezzo uscito su Alias di sabato scorso:

“Tetsuo e altre dolcezze orientali”

di Matteo Boscarol
TOKYO Diversi film provenienti dall’Estremo Oriente saranno presenti anche quest’anno alla Mostra, anche se per gli standard quantitativi a cui ci avevano abituato Marco Muller e i suoi collaboratori, questa volta al Lido vedremo
meno opere provenienti dal Giappone e dal resto dei paesi dell’Asia dell’est. In alcuni casi però si tratta di lavori pesanti, che altri festival, in questo autunno pazzamente saturato di manifestazioni cinematografiche sparse per il mondo, avrebbero voluto far loro. Primo fra tutti quello che è forse uno dei film sui cui gli appassionati di certo cinema hanno riposto le loro aspettative e cioè Tetsuo the Bullet Man qui a Venezia in concorso, terzo capitolo del delirante universo cyberpunk creato da Shinya Tsukamoto
una ventina di anni fa. Da quel che si è potuto vedere negli 8 minuti iniziali proiettati in anteprima al Comic-Con International di San Diego lo scorso luglio, questo terzo Tetsuo si preannuncia inevitabilmente diverso dal primo ma ugualmente interessante, più stilizzato dell’originale e naturalmente meno jishu-eiga e con una fotografia livida e bluastra, atmosfere a cui ha contribuito probabilmente anche l’esperienza del regista giapponese con i suoi lavori più mainstream, se così si puossono definire i due capitoli di Nightmare Detective. Vedremo se l’americano Eric Bossick, prescelto per impersonare la parte del protagonista, saprà usare le sue passate esperienze per sublimare il sogno urbano/metallico/tecnologico di Tsukamoto. Sarà interessante vedere se Bossick avrà saputo usare la sua esperienza come danzatore/attore butoh, un’arte che sembra collidere in molti punti con l’estetica del regista nipponico a partire da quell’ossessione per il corpo di carne e per le sue infinite ibridazioni e possibilità che già aveva intuito e esplorato, anche su pellicola, uno dei suoi fondatori Tatsumi Hijikata.
Assisteremo probabilmente a uno spettacolo di violenza anche con un altro lavoro proveniente dell’est asiatico e che potremo vedere in concorso, Yièngoi (Accident). Prodotto da Johnnie To e diretto da quel Pou Soi Cheang già autore di Love Battlefield e del bel Besieged City, Accident è la storia di un violento serial killer che si ritrova, quasi per una sorta di nemesi, a sua volta al centro di un meccanismo che lo vuole target di uno (o più) assassini. Sempre in gara Lei Wangzi (Prince of Tears), l’ultima fatica del cinese Yonfan, fotografo giramondo oltre che regista, che forse alcuni ricordano come autore della love story gay Bishonen (1998).

engkwentroNella sempre fresca sezione Orizzonti sarà presente fra gli altri il ventunenne filippino Piepe Diokno con il suo Engkwentro, la storia di due fratelli appena adolescenti che si ritrovano però a combattere su i due fronti contrapposti di una guerra fra gang giovanili. «Film duro e a tratti scioccante, assolutamente da vedere» così è stato definito da chi ha avuto la possibilità di assistere ai sessanta minuti della proiezione al Cinemalaya Indipendent Film Festival dove si è aggiudicato una menzione speciale della giuria. Nella stessa sezione spicca il nome della scrittrice e regista cinese Xiaolu Guo, fresca reduce dalla vittoria del Pardo d’oro a Locarno che presenta qui il suo Women cengjing de wuchanzhe (Once upon a time proletarian:12 tales of a country). Documentario che racconta le grandi trasformazioni politiche
e sociali che hanno attraversato e scosso la storia recente della Cina, dalla rivoluzione comunista fino a quella economica degli anni ottanta, un film che si preannuncia quindi tutto da vedere anche perché ci offrirà la visione della storia dal punto di vista di una donna.
Spazio per l’Asia estremo-orientale anche nella sezione Corto Cortissimo dove ci saranno due co-produzioni giapponesi, il primo Jitensha (Bicicletta) nippo-americano realizzato da Dean Yamada e Kingyo diretto da Edmund Yeo ma targato Malesia e Giappone.

yona_yona_penguinUna piccola riflessione e un paio di righe in più ci sembrano necessarie dedicare alla presenza del giapponese Rintaro
con il suo Yona Yona Penguin, interamente realizzato in 3D che ci racconta la storia di una ragazzina risucchiata in un mondo popolato di strane creature che ritengono un coniglio essere il proprio salvatore. Il film è una co-produzione franco-nipponica con un budget di circa 12 milioni di dollari
e dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, come il paese transalpino sia senza dubbio quello più ricettivo verso le intensità e le creazioni pop provenienti dal Giappone. Ma al di là di Yona Yona Penguin, quello che è importante è il fatto che un grande e importante nome dell’animazione come Rintaro
sia finalmente approdato al Lido. Personaggio fondamentale per la
storia dell’animazione, Rintaro ha lavorato con i grandi nomi dell’animazione,
fin dall’inizio con il «Dio del manga» Osamu Tezuka per cui ha fatto l’art director di molti degli anime più popolari del maestro, come ad esempio Astro Boy o Kimba il leone bianco da cui poi la Disney avrebbe copiato per realizzare Lion King. Oppure durante gli anni settanta quando incontra
l’opera di Leiji Matsumoto e dirige delle serie animate che rimangono
a tutt’oggi delle pietre miliari, famosissime ed apprezzate anche in Italia,come Capitan Harlock o Galaxy Express 999. Altro incontro fondamentale è quello con il genio di Katushiro Otomo con cui collabora
a diversi progetti che sfociano nel 2001 nella realizzazione di un’opera mastodontica e quasi epica come Metropolis, o ancora nei primi anni del nuovo millennio Rintaro riesce a trovare il tempo per far parte del team che realizza un vero e proprio gioiellino dell’animazione seriale, Paranoia Agent di Satoshi Kon. Insomma, è stato davvero un bel gesto da parte della Mostra ed in primis di Muller, grande conoscitore e amante dell’animazione, invitare un pezzo di storia del mondo animato nipponico come Rintaro, siamo sicuri
che molti lo hanno apprezzato.

Summer Wars di Hosoda Mamoru

Presente a Locarno in occasione della rassegna Manga Impact, e` uscito il primo agosto qui in Giappone l`ultimo film di Hosoda Mamoru, Summer Wars, quasi ideale continuazione artistica del bel Toki o Kakeru Shōjo (The Girl Who Leapt Through Time). Questo lavoro segnera` forse un punto di svolta per l`animazione nipponica, chissa che finalmente non si possa cominciare a guardare, con rispetto, anche oltre al maestro Miyazaki?!

Qui il trailer

e qui i primi cinque minuti del film, in cui si vede la mano della madhouse (Kaiba!) e il fatto che Hosoda abbia realizzato diversi lavori sui Digimon:

8 minuti di “Tetsuo The Bullet Man”

Sara` presentato al festival di Venezial`ultima fatica di Tsukamoto, ecco intanto i primi 8 minuti del terzo capitolo di Tetsuo:

Evangelion 2.0 You Can (Not) Advance – Evangelion Shingekijoban:Ha)

84892Uscito lo scorso 27 giugno nelle sale giapponesi, Evangelion 2.0: You Can (Not) Advance (‘Evangelion Shingekijoban:Ha’) ha naturalmente raggiunto la vetta del botteghino del Sol Levante.

Questo secondo capitolo della prevista tetralogia “Rebuild of Evangelion” di cui fa parte, è anche un ottimo pretesto per riconsiderare l’opera che, in tutte le sue varie declinazoni, più di ogni altra ha cambiato il modo di fare animazione seriale nell’ultimo ventennio.

Questo film, così come il primo capitolo Evangelion 1.0:You Are (Not) Alone, uscito due anni or sono, è un retelling della storia originale: non ci soffermeremo qui tanto sulle differenze fra questo nuovo progetto e la serie, ma cercheremo piuttosto di offrire un quadro che sia fruibile da tutto lo spettro variegato degli spettatori. Ci piacerebbe soprattutto che….(continua qui)

Tsukamoto Shinya + intervista

bbUscito su Alias di sabato 4 luglio (perdonate la forma  allungata, ma non ho tempo per correggerlo):

La carne e il metallo
di Matteo Boscarol
(TOKYO )Tetsuo, uomo di ferro, è un nome che ha comiciato a circolare in territorio occidentale a partire dal biennio ’88-’89 quando nei nostri lidi per vie traverse arrivano due opere che sconvolgono, ed il verbo non ci
sembra qui esagerato, l’immaginario di molti. Stiamo parlando di Tetsuo di Tsukamoto Shinya e Akira, firmato Otomo Katsushiro, la prima un’opera di selvaggia, delirante e ibrida sperimentazione e un’animazione che ha
fatto epoca la seconda, entrambe dominate da un senso di distruzione del mondo, da un’immaginazione-buco nero che inghiotte, dove la città è una delle protagoniste, utero malvagio che prima cresce e poi annienta i suoi «bambini». Venti anni sono passati da quel 1989 in cui prima al Fantafestival
di Roma, vinse il primo premio, e poi nelle nottate di Fuori Orario («noi siamo con la notte una carne sola») il Tetsuo di Tsukamoto imperversò, e grazie allo scambio di videocassette entrò nell’ideale videoteca di molti appassionati di cinema e non solo. Questo minimo ma indispensabile anniversario e la presenza di Tsukamoto Shinya in persona alla Milanesiana di oggi 4 luglio, è allora una buona occasione per ripensare, e soprattutto rivedere, la sua folgorante carriera di artigiano del cinema, una scheggia
impazzita che forse più di qualunque altro regista nipponico ha segnato questi ultimi due decenni della settima arte. Basti ricordare che l’impatto
di Tetsuo nella nostra penisola non ha avuto ripercussioni solo
nel mondo della settima arte, ma la sua potenza le sue tematiche tutte in qualche modo legate alla filosofia di un corpo aperto e selvaggio ha senza dubbio influenzato, o almeno interessato, anche la ricerca di certi ambienti filosofici cyberpunk dell’epoca (ricordiamo qui almeno Antonio
Caronia, Macrì, Roberto Terrosi Helena Velena e chissà anche Mario Perniola con la sua «cosa che sente» ha sentito qualche sorta di affinità con il mondo del regista giapponese).
Tutto comincia nella capitale nipponica, Tsukamoto è un figlio di quella speciale metropoli che è Tokyo, luogo di scontri e di flussi imprevedibili. In particolare il regista nipponico è originario del quartiere centrale di Shibuya,
una fossa, una conca (è questo infatti il significato del termine giapponese) un luogo dove i corpi e la carne delle miriadi di persone che ogni giorno vi si
riversano, il cemento dei palazzi, il fluorescente delle luci notturne
e il ferrame dei mezzi di trasporto che ingorgano le strade, si ibridano e si fondono di continuo. Un mischiarsi sì fisico, ma che è prima di tutto mentale, un gorgo organico-inorganico che plasma l’immaginario di chi ci vive
e anche di chi lo sfiora soltanto. Ci sembra questo un punto abbastanza
importante se si vogliono afferrare alcuni elementi della poetica cinematografica di Tsukamoto. Ci sarà allora più chiaro forse come molti dei suoi film portino alla luce questi legami nascosti, queste mescolanze che ad un primo acchito non sarebbero facilmente afferrabili, è un cinema di rivelazioni, Tsukamoto alza il velo per indicarci «l’invisibile sorprendente», come è giustamente titolato l’evento che la Milanesiana gli dedica
nella giornata di oggi.
In questa occasione la manifestazione nel capoluogo lombardo presenterà al pubblico tre delle opere del regista di Tetsuo, i due capitoli di Akumu Tantei (Nightmare Detective 1 e 2) più Bullet Ballet, davvero una buona scelta per (ri)pensare alla potenza visionaria ed alla unicità di un autore a 360 gradi, Tsukamoto, che continua ad essere più conosciuto ed aprezzato all’estero
che in patria. In Bullet Ballet, datato 1998, troviamo molte delle tematiche care al regista e quel suo modo deviato di guardare e creare la realtà che rendono il suo cinema unico. La storia del pubblicitario Goda, impersonato da un tesissimo Tsukamoto, che improvvisamente e apparentemente senza
motivo perde la sua fidanzata che si suicida, ci rammenta comesotto ciò che chiamiamo normalità dorme sempre un elemento di distruzione e di mutazione. La bravura e la novità di Tsukamoto stanno nel suo grado di visionarietà all’ennesima potenza, bastano poche immagini per legare e ibridare le ossessioni ed il destino del protagonista con le geometrie
dei bassifondi rugginosi della città. Il bellissimo bianco e nero esalta il senso di disperazione di Goda e la sua ricerca di senso che è tutta incanalata ossessivamente nell’inorganico e nel metallico della pistola, arma con cui la sua amata si è tolta la vita. Il doppio legame di odio-attrazione dell’oggetto porta a una discesa nel gorgo infernale della città, dove incontra la disperata,
diafana e bellissima Chisato (Mano Kirina), novella psicopompa che lo guida verso quella che sembra l’unica salvezza, quel praticare i margini, stare in bilico, come suggerito dalla scena in cui la ragazza dondola sul binario
della metropolitana. Un burroughsiano blade runner, un correre, o meglio un danzare come ci suggerisce il titolo sulla lama fredda e tagliente che è la metropoli, un darsi incondizionato ai suoi ritmi ed alle sue pulsioni che sono quelle intime della materia. Il tutto è magnificato dalla musica, ancora una
volta opera dello stesso Tsukamoto, un battito industriale dal ritmo indiavolato, un tappeto sonoro che, come in Tetsuo, ritma
e punteggia lo svolgimento dell`intera opera e rivela il cuore
pulsante del metallo, la nuova carne salvifica della metropoli.
La stessa atmosfera claustrofobica e di cancellazione di ogni speranza, anche se i due lavori si distaccano per stile e anche per produzione da quelli precedenti, la troviamo nei due film dedicati alla figura dell`indagatore
dell`incubo (Akumu Tantei 1 e 2), il detective che scandaglia gli incubi degli altri lo fa suo malgrado portando su di sé il peso di tutto ciò che sta nella parte oscura degli esseri umani, una discesa nelle possibilità «invisibili» di
abiezione, uno sguardo nel pozzo nero senza fondo, in quell’abisso che se scruterai a lungo, parafrasando Nietzsche, guarderà dentro di te. Tsukamoto è stato bravo in questi due film a non tradire le proprie ossessioni a fronte di un progetto, come dicevamo, più mainstream rispetto alla sua produzione
solita, ricordiamo fra l`altro la partecipazione nel ruolo del protagonista in questi due lungometraggi del giovane e popolare Matsuda Ryuhei. Potremmo
dire che i deliri e le devianze del primo Tsukamoto sono qui sublimati e portati ad un livello tutto interno, quasi una sparizione, un (ri)diventare invisibili quindi, tanto per tornare al tema della Milanesiana, una sottrazione
che però, come tradizione horror giapponese vuole, proprio per la sua caratteristica di non località espande il senso di paura a tutte le cose, il terrore può venire dappertutto ed il panico è generale. Interessante sarà vedere come Tsukamoto affronterà la sua prossima opera, chiusura e rilancio dei venti anni passati a fare e sperimentare nuove visioni col cinema. Si tratta di un progetto legato ad un nuovo Testuo, l’ennesima e pensiamo (o speriamo) non l’ultima mutazione dell’uomodi ferro, prima tentativamente intitolato Bullet Manora forse definitivamente Tetsuo Project. Del film si sa poco se non che è ambientato nella capitale nipponica e che come sempre Tsukamoto avrà il controllo totale della situazione, il che fa ben sperare.

■INTERVISTA ■TSUKAMOTO SHINYA ■
Un detective amico
per dormire tranquillo

di M.B.
(TOKYO) Abbiamo fatto a Tsukamoto
alcune domande:
Sono passati 20 anni
dall`uscita, in Europa, di «Tetsuo
». In questo lasso di tempo
il suo modo di fare cinema
è in qualche modo cambiato?
Non so se sia una cosa positiva o
negativa, ma posso dire che il mio
modo di fare cinema in questi
due decenni non è cambiato per
niente. Vent’anni fa per realizzare
Tetsuo ho fatto tutto in modo artigianale
ed anche adesso continuo
a fare così. Regia, sceneggiatura,
fotografia, luci, direzione artistica
e montaggio, adoro essere coinvolto
in tutte queste attività e così facendo
creare un mondo, anche se
ora posso fidarmi di più dei miei
collaboratori e affidare loro sempre
più compiti, cosa che mi ha
permesso di aumentare il numero
di progetti a cui dedicarmi.
Il rapporto tra inorganico e
organico è un tema molto
presente nei suoi film, forse
in modopiu` esplicito in quelli
di inizio carriera, ma anche
negli altri forse in modo più
fine e meno apparente. Ci potrebbe
dire qualcosa a proposito?
L`inorganico si rivela principalmente
nei palazzi di cemento, nelle
metropoli e nella tecnologia,
mentre l`organico si esprime soprattutto
nell’umano. Ciò che nei
miei film ho cercato, e cerco, continuamente
di fare è stato di descrivere
la relazione esistente fra
gli esseri umani e la tecnologia e
tra la metropoli e le persone che
ci vivono. Anche se la città ha
delle caratteristiche di intimità
che la fa assomigliare a una famiglia,
la verità è che possiede un duplice
sentimento, una doppia volontà,
sia di protezione che di distruzione
nei confronti degli esseri
umani che ospita.
Alla Milanesiana vedremo tre
dei suoi lavori, fra questi
«Akumu Tantei» 1 e 2 («Nightmare
Detective 1 e 2). Come
è nata l’idea dei due film?
Sono già passati quasi 15 anni da
quando ho iniziato ad avere le prime
idee al riguardo. Fin da quando
frequentavo la scuola elementare
sono sempre stato un grande
appassionato dei romanzi di Edogawa
Rampo, uno scrittore giapponese
di mystery, ed anch’io
quindi volevo inventare il mio detective.
Quando ancora ero un bambino
ero terrorizzato dalla notte e dall’idea
di dormire, così quando sono
diventato un ragazzino ho inventato
un detective dell’incubo
proprio perché mi venisse in aiuto,
ma l’uomo che avevo pensato
non era cosciente di essere un detective,
aveva la facoltà di entrare
nei sogni altruima allo stesso tempo
non voleva assolutissimamente
farlo.
Avevo pensato che fosse interessante
creare un personaggio che
anche se gli veniva chiesto di vedere
i sogni altrui e di aiutare qualcuno,
si rifiutava sempre di farlo. Un
detective dell’incubo che percepisse
questa sua facoltà come un
trauma, sempre pessimista e che
cercasse solo con riluttanza di trovare
le soluzioni ai vari casi e alle
varie difficoltà, ma che con l’andare
del tempo riuscisse a procedere
anche a guarire la natura umana.
In Giappone e anche al di fuori
dell’arcipelago nipponico
c’è qualche regista che rispetta
o che ammira particolarmente?
Ce ne sono tanti, ma direi fra i
giapponesi almeno Kurosawa Akira,
Kumashiro Tatsumi e Imamura
Shohei, mentre fra gli occidentali,
per citare solo i più importanti
per me, Ridley Scott e Martin
Scorsese. Di quest’ultimo soprattutto
di recente ho rivisto e riconsiderato
molti film.
Da un po’ di tempo circola la
notizia che al momento sta
lavorando alla post-produzione
del nuovo capitolo di
«Tetsuo», «Tetsuo Project»…
Tetsuo 3 è la continuazione dei primi
due capitoli, Tetsuo e Testuo2
-Body Hammer, girati rispettivamente
nel 1988 e nel 1990. Ho riflettuto
a lungo prima di imbarcarmi
in questo progetto e finalmente
l’anno scorso ho iniziato dalla
fotografia.
Il protagonista è un americano in
una Tokyo cyberpunk ed elettrica
ed il film è una storia che rappresenta
in qualche modo la summa
delle vicende legate a Tetsuo.