Il 2009 giapponese al cinema

Cosa ha offerto il 2009 giapponese? Numericamente molto, la produzione locale quantitativamente si è confermata sui livelli del 2008, ma qualitativamente? Ho avuto la fortuna di incrociare una frazione di questa tempesta cinematografica del Sol Levante, quelle che seguono sono alcune impressioni e considerazioni, naturalmente parziali e di parte, scaturite da un anno denso di visioni.
Cominciamo dal meno ovvio e cioè da ciò che è più difficile definire, vale a dire (continua qui)

Intervista a Yoshihiko Matsui

Pubblico qui l`intervista con Yoshihiko Matsui apparsa su Alias (Il Manifesto) del 3 gennaio scorso.

L`arte va oltre tutti i tabu`

(Kyoto) Matteo Boscarol Aiuto regista di alcuni dei primi film di Sogo Ishii e soprattutto membro di quel gruppo di persone che gravitava attorno a Shuji Terayama, Yoshihiko Matsui rimane a tutt’oggi uno degli autori cinematografici nipponici meno conosciuti, anche a causa della difficile reperibilità dei suoi film, peraltro solo quattro lungometraggi realizzati in 30 anni. Nel suo esordio Sabita Akikan (Empty Rusty Can) del 1979 Matsui affronta con uno stile che potremmo definire carnale, un particolare triangolo amoroso omossessuale fra tre giovani studenti. Segue due anni dopo Tonkei shinju (Pig-Chicken-Suicide) delirio surrealista molto vicino alle sperimentazioni visive di Terayama, un’opera che scava nel rimosso della società, dallo squartamento dei maiali ed alla violenza sacrificale correlata, ai desideri più lerci e bassi che abitano il cosiddetto “essere umano”. Ma è forse con Tsuito no zawameki (The Noisy Requiem) nel 1986 che Matsui tocca il suo apice artistico, un’opera che come la precedente sonda ciò che la civiltà tende ad accantonare, ma questa volta creando un linguaggio cinematografico vischioso, avvolgente e così personale da far gridare al capolavoro. Incesto, feticismo e necrofagia riescono, in una sorta di percorso alchemico della disperazione, a trovare la loro ragion d’essere e quasi il loro naturale compimento. Un film che fa malissimo, un pugno nello stomaco girato in un bianco e nero da brividi che ci porta per mano nei sotterranei della società e ai limiti dell’umano, in quella zona dove quest’ultima parola perde ogni significato e valore. Proprio la forza di The Noisy Requiem, il suo impatto sconvolgente verso coloro che lo videro nei vari cinema d’essai che lo proiettarono, ha creato un cortocircuito nella carriera artistica di Matsui. Infatti, avendo osato troppo il regista sarà “costretto” a restare lontano dal set per più di venti anni, silenzio che è stato rotto solamente nel 2007 grazie all’uscita del suo ultimo film, Doko ni iku no? (Where are we going?) , un’amore fra due personaggi sempre in fieri, una new half (una transessuale ) e un ragazzo con tendenze omossessuali che non si riesce ad adattarsi alla società in cui vive. Al momento Matsui sta lavorando al suo nuovo progetto, un film che dovrebbe riportarlo definitivamente sulla scena cinematografica nipponica. L’ho incontrato a Kyoto dove si è gentilmente concesso per una conversazione, diversamente dai toni dei suoi film, si è rivalato molto scherzoso e colloquiale.

Più di vent’anni separano il suo ultimo film, Where are we going? dal precedente, The Noisy requiem. Ci può dire come ha passato tutti questi anni?

Quando uscì nei cinema The Noisy Requiem si rivelò fortunatamente un successo e quindi sucessivamente al film mi furono offerti molti progetti da diverse case di produzione. Putroppo però tutti questi nuovi possibili lavori si basavano solo sulla violenza e progetti che si limitano a mostrare scene sanguinarie o cruente non mi sono mai interessati. La base di tutti i miei lavori è invece un interesse per le vite che in sé portano l’amore in tutte le sue forme, seguire il percorso che questo sentimento fa, talvolta anche intensificandosi e trasformandosi in violenza. Provare a descrivere questo processo è quello che ho tentato di fare in The Noisy Requiem, solo in questo senso si può parlare dei miei film come di opere cruente. La violenza non mi piace e non sono un regista violento, sono interessato all’amore. Fino a The Noisy Requiem nei miei tre film ho provato a descrivere questo percorso d’amore così dopo avrei voluto realizzare qualcosa di diverso, un lavoro che raccontasse la vita quotidiana di una coppia di anziani a Tokyo o a Kyoto, ma, come già detto, ciò che mi veniva offerto era di tutt’altro genere. In realtà la mia vita cinematografica non è cessata, ho continuato a scrivere quasi ogni giorno nuove sceneggiature….

Ne ha scritte molte allora…

Sì, ben sei! Però a nessuno interessavano e così sono passati vent’anni (ride)

Anche all’estero la sua fama è in qualche modo legata alla violenza che effettivamente si vede nelle sue opere.

Del resto anche quando The Noisy Requiem fu pubblicizzato, nelle locandine veniva sottolineato e messo in evidenza l’aspetto più truce del film, ho litigato parecchie volte con i promotori proprio per questo motivo…

Avendo avuto l’occasione di vedere tutte le sue quattro opere, ho notato che due temi/stilemi vi ricorrono spesso, l’amore e la bellezza. Certo i sentimenti e le sensazioni che Lei descrive nei suoi film, se visti da parte della società, sono scandalosamente fuorilegge, si affermano e si realizzano quasi tutti oltrepassando i tabù della nostra civiltà.

Quando si realizza un’opera, sia essa cinematografica o meno, sarebbe sempre meglio non avere alcun tabù, in modo onesto e sinceri con sé stessi si dovrebbe cercare di esprimere la propria poetica. Naturalmente anch’io vivendo la realtà di ogni giorno tengo in considerazione i tabù della nostra civiltà e li rispetto, ma l’opera d’arte è un’altra cosa ed è inevitabile e giusto che sia l’espressione di ciò che pensiamo o sentiamo. Per esempio che tu nei miei film veda amore ed allo stesso tempo ci sia violenza, cioè che questi opposti possano convivere in un’opera d’arte ci permette di intravedere la verità. Se ci si mette a pensare “questo non va fatto, quest’altro non si può” allora, come regista, non si riuscirà mai a realizzare ciò che si era prefissi in partenza e, per quel che mi riuguarda, non ho mai fatto un film in questo modo. In The Noisy Requiem si descrivono, fra le altre cose, l’amore verso un manichino, il rapporto fra due nani e quello incestuoso fra fratello e sorella. Tutto questo se visto dal punto di vista della contemporaneità in cui viviamo è senza ombra di dubbio perversione. Ma il protagonista ama profondamente il manichino, il suo scopo nella vita è renderla felice, le compra i vestiti, fanno l’amore, allo stesso tempo fa molta fatica a vivere ed adattarsi al mondo ed agli altri. Per procurarle i vestiti uccide e poi ruba alle sue vittime infrangendo così molte delle regole sociali, lo fa però per un eccesso di amore, perchè adora alla follia il suo manichino. Proprio qui, non mi si fraintenda, in questo far di tutto per la cosa che si ama, io percepisco una sorta di bellezza, che nel mondo ci siano persone che vivono amando in un modo tanto profondo è per me motivo di inquietudine e di riflessione.

Nel 1986 Noisy requiem e poi nel 2007 Where are we going? Ci racconta come è nato quest’ultimo lavoro?

Il proprietario di un piccolo cinema qui a Kyoto, un mio amico, quando fu costretto a chiudere l’attività, decise di costituirne una nuova fondando una compagnia di distribuzione di DVD. Le cose gli sono andate bene e così mi propose di mettere finalmente su dvd il mio film più famoso, The Noisy Requiem, in tutta questa operazione fu così gentile da mettermi a disposizione 10 milioni di yen per un eventuale nuovo lavoro, “fai quello che vuoi” mi disse. Per un regista sentirsi dire queste parole è sempre bello!

Allora ha ripreso le sceneggiature che aveva scritto durante la lunga “assenza”?

No, in realtà per mettere su pellicola una delle idee che ho scritto in tutti questi anni, 10 milioni di yen non sono purtroppo sufficienti. Decisi allora di scriverne una completamente nuova, la buttai giù in un mese, certo avrei voluto avere più tempo, comunque penso che sia venuto fuori qualcosa di positivo. All’inizio ero un po’ preoccupato, venti anni lontano dl set non sono pochi, ma poi quando abbiamo cominciato a cercare le location e a fare i primi meeting, ho acquistato fiducia. Ad un certo punto pero` l’aiuto regista ed io ci siamo resi conto che la sceneggiatura era troppo lunga e che il budget a disposizione non sarebbe bastato, abbiamo dovuto così tagliare una quarantina di scene ed eliminare un personaggio dallo script iniziale. È stata ad ogni modo una bella sfida, fino al film precedente avevo sempre fatto film con i miei soldi, giravo delle scene e quando finivano i soldi ne cercavo altri e poi tornavo a girare. Per Where are we going? è stato diverso quindi, una specie di ripartenza per me, una sfida. Le riprese sono durate solo due settimane, in tutto un mese scarso! (ride)

In questo lungo “intervallo” il suo modo di fare cinema, il suo approccio alla settima arte è in qualche modo cambiato?

Fondamentalmente direi di no, il punto di partenza, quello da cui traggo ispirazione di solito proviene dall’ambito pittorico, un’arte che amo molto. Ad esempio l’idea per il mio film d’esordio mi fu data da un disegno che Shuiji Terayama fece sul mio taccuino e quella per The Noisy Requiem da un opera di Francis Bacon e da un dipinto Mark Chagall. Anzi se fossi riuscito a racimolare più soldi mi sarebbe piaciuto far volare fratello e sorellina [due dei protagonisti del film, ndr] nel cielo come i due innamorati nel quadro del pittore bielorusso. Partendo da questa ispirazione visiva poi procedo a lavorare alla storia ed alla stesura della sceneggiatura che successivamente durante le riprese vere e proprie rimane comunque un libro aperto, sempre modificabile. Per questo motivo c’è un continuo confronto con tutti i miei collaboratori, in fin dei conti non è meglio usare il cervello di più persone al posto di uno solo? (ride)

Sta lavorando a qualche altro progetto al momento?

Si, la sceneggiatura è già pronta, adesso insieme al mio staff stiamo cercando le location adatte, crisi economica permettendo, dovremmo cominciare a girare l’anno prossimo, scusami ma non posso rivelare di più.

C`e` qualche regista che ammira in particolare?

Ce ne sono tanti, Akira Kurosawa, Mizoguchi, Fellini, Pasolini, De Sica, Kubrick, Ozu, Oshima e tanti altri….qualsiasi regista sia capace di lasciarmi qualcosa dentro è per me da ammirare. Ricordo ancora quando studente delle scuole medie andai a Osaka per vedere Den’en ni Shisu (Pastoral Hide and Seek) di Shuji Terayama, mi colpì moltissimo anche se non ci capii un granchè (ride). Decisi allora di scrivere una lettera al regista dove dicevo, parole testuali “smettila di fare dei film dove non si capisce niente!” (ride) Dopo un po’ di tempo però ad una proiezione a cui era presente lo stesso Terayama mi avvicinai e decisi di chiedergli scusa per la lettera. Ma lui mi sorprese dicendomi che non c’era bisogno di farlo perchè quando un sentimento è sincero non c’è bisogno di scusarsi. Terayama non sopportava i bugiardi anche se lui era uno di prima classe! (ride). Così è cominciata la nostra frequentazione, Terayama assieme ad Oshima è forse l’unico autore verso cui nutro un profondo rispetto.

Ci racconti un po’ di Oshima

Ricordo ancora quando partecipando al Pia Film Festival nel 1979 con Rusty Empty Can ricevetti una menzione speciale e Oshima, che era nella commissione giudicante, si complimentò con me. Questo mi diede un’enorme fiducia e mi spinse ad intraprendere il mio percorso artistico. Come regista devo molto a Oshima. Purtroppo il mio rammarico e che né Terayama né Oshima sono riusciti a vedere il mio The Noisy Requiem.

Una curiosità, è vero che le piace visitare le tombe dei grandi registi?

Si, pensa che sono andato a quella di Fellini durante il mio viaggio in Italia….guarda (estrae dal portafoglio una foglia secca) questa è una foglia che ho raccolto vicino alla tomba di Fellini e questa (ne estrae altre) quando sono andato in visita a quella di Mizoguchi e quest’altra in Russia, quando ho partecipato al Festival di Mosca con il mio Where are we going?, l’ho raccolta in prossimità della tomba di Einsenstein. Ogni volta che mi sento un po’ giù, apro il portafoglio e guardarle pensando ai grandi autori mi dà nuova fiducia e mi spinge ad andare avanti.

Assault Girls

Visto Assault Girls, il nuovo lavoro di Oshii Mamoru, butto giu` qualche sensazione a caldo (sgrammaticata e caotica, chi vuol esser lieto sia):

Oshii riesce ancora una volta a sorprendere, in un film ibrido, a meta` strada fra un lungometraggio ed un corto (70 minuti la durata) e un misto di riprese dal “vero” e CG…..

Il film e` monotono (Patlabor II), dove questo aggettivo e` ovviamente un complimento, qualcuno ha parlato di lentezza tarkowskiana ed ha fatto bene, in qualche modo circolare (Sky Crawlers) con fortissimi legami con Avalon , da cui prende  spunto ed avvio. Si colloca a perfezione nell`immaginario oshiiano , degna continuazione di quel piccolo capolavoro che e` il corto incluso in Kiru ~ KILL.

Cieli grigi, attesa, quasi un documentario con la fotografia curata magistralmente da Yuasa Hiroaki e la splendida musica di Kawai Kenji il film e` quindi una sperimentazione sul tempo, sul paesaggio e sul tempo che si estingue nel paesaggio…..

i primi dieci minuti sono girati alla Ogawa, parole e riflessioni politiche alla Patlabor su immagini fisse o semifisse…..

il film cede nei punti in cui prova a inserire l`elemento comico, mentre risalta bene il personaggio di Lucifero sbarazzino e scherzosamente futile. Altre parti potevano essere forse evitate (Game) e il personaggio del`uomo poteva essere un po` piu` austero.

Personalmente ho gradito il tocco di Yuasa nei primissimi piani da documentario della lumaca e degli insetti, la loro vividezza e` il simbolo di come la vita, quando liberata dai suoi lacci, si puo` manifestare anche nel simulacro…il colore e` davvero a tratti immaginale, quasi il novo Tamra…

a presto una vera e propria recensione

Volume monografico su Oshima Nagisa

E` disponibile nelle librerie il volume monografico su Oshima Nagisa (ed Il Castoro), uscito in occasione della retrospettiva organizzata dal Torino Film Festival di quest`anno, curato da Stefano Francia di Celle. Nella moltitudine di interventi di critici, registi e quant`altro, il libro comprende anche un mio piccolo saggio sulle eterotropie nel cinema del regista…

 

Tokyo International Film Festival 2009 – Report

Apparso su Il Manifesto di mercoledi 4 novembre,

di Matteo Boscarol
TOKYO
Perversioni jap, sabbie mobili filippine, caccia ai delfini
Il festival giapponese 2009, tutto il cinema asiatico
Anche quest’anno il Tokyo International Film Festival ventiduesima edizione (17-25 ottobre) si è ritagliato un dignitoso spazio di vetrina del cinema asiatico. Certo, molte delle opere erano già state viste nei festival più prestigiosi, ma è stato interessante (ri)vederle insieme per farsi un’idea di cosa sta succedendo nell’attuale cinematografia orientale. La competizione ufficiale è stata vinta dal bulgaro Kamen Kalev con Eastern Plays, storia di violenza neonazista a Sofia che si intreccia con il destino di due fratelli, uno dei quali interpretato da Christo Christov purtroppo deceduto subito dopo le riprese e a cui è stato conferito il premio come miglior attore. Di tutt’altro genere The Trotsky, premiato dal pubblico come miglior film, divertente commedia canadese dove uno studente diciassettenne è convinto di essere la reincarnazione del famoso rivoluzionario russo. Ha generato non poche polemiche l’esclusione e poi la frettolosa reintegrazione di The Cove, visto anche a Roma, documentario diretto da Louie Psihoyos sull’annuale massacro dei delfini perpetrato a Taiji in Giappone e che comunque è stato tenuto a basso profilo evitando qualsiasi tipo di dibattito. Peccato, perché anche quest’anno come nel 2008 il festival aveva una sezione ecologica (rapporto uomo-ambiente), tanto da sostituire il classico tappeto rosso con uno verde fatto di materiale riciclato. Questa enfasi per l’approccio ecologico ha fatto sì che il film di apertura del Tiff sia stato il maestoso documentario Oceans in anteprima mondiale, realizzato in quattro anni di lavoro in giro per il mondo da Jacques Cluzaud e Jacques Perrin.
20091025-livetape_mainIl festival ha offerto uno sguardo su una buona fetta del cinema asiatico, soprattutto nelle sezioni laterali come Winds of East Asia e Japanese Eyes, dedicata a opere di giovani autori giapponesi fra cui è stato premiato Live Tape, interessante documentario-esperimento realizzato in unico long take di 74 minuti, in cui il giovane regista Tetsuaki Matsue segue il musicista Kenta Maeno girovagare per le strade di Kichijoji. Nella stessa sezione To Walk Beside You (Kimi to arukou), di Yuya Ishii, già vincitore del Gran Prix al Pia Film Festival 2007, e Tochka di Hiroyuki Matsumura. Il primo ci narra della folle e paradossale fuga di uno studente delle scuole superiori e della sua insegnante trentaquattrenne dalla campagna alla città, in un’opera interessante, almeno per il suo approccio comico/surreale verso i problemi che affliggono la contemporaneità giapponese. Nel suo tono a volte farsesco il film riesce a tratteggiare in un modo molto pungente e quindi meno ovvio, l’egoismo, la falsità, la vuota formalità e la perversione che a volte caratterizzano la società nipponica. Tochka è invece un’opera agli antipodi, un film astratto e pretenzioso che racconta il misterioso incontro di un uomo e una donna su una spiaggia deserta. Il regista gioca molto sul contrasto fra le costruzioni cubiche (Tochka) che sono sparse vicino al mare e la desolazione orizzontale del mare. Forse troppo carico di simboli e con delle cadute inevitabili, può contare però sull’interpretazione del bravo Shun Sugata, soprattutto nella lunga e drammatica scena finale, 15 minuti di inquadratura fissa in una semioscurità al digitale (il film è girato in Dvcam). Non per tutti i palati, ma sicuramente da lodare per il coraggio.
Al Tiff, come è successo negli ultimi anni nei maggiori festival internazionali, abbiamo anche assistito ad una sorta di «riscoperta» o rinnovato interesse per il cinema filippino. Se a Venezia Engkwentro di Pepe Diokno ha vinto il premio come miglior opera esordiente e a Cannes Brillante Mendoza ha lottato fino all’ultimo per la Palma d’Oro, al Tiff si è potuto vedere in competizione ed in anteprima mondiale Manila Skies di Raymond Red, uno dei pionieri del cinema filippino degli Ottanta, qui al suo esordio dopo ben 13 anni, viaggio di speranza e di affrancamento di un bambino (e poi uomo) dalle campagne alla città per cercare di sfuggire alla miseria ed al proprio destino. Red ci mostra l’inanità di qualsiasi movimento di ribellione nelle moderne Filippine, le sabbie mobili di una società imprigionata in un cul de sac da cui sembra quasi impossibile liberarsi se non avverrà prima un cambiamento a livello personale. Un destino che per stessa ammissione del regista, caratterizza anche il moderno cinema del suo paese, sempre sul punto di emergere ma continuamente riportato indietro in un maledetto girare a vuoto. Nel film ha una piccola parte anche Lav Diaz, già vincitore della sezione Orizzonti a Venezia nel 2008 con le otto ore amate/odiate di Melancholia. Lo stesso Diaz era presente al Tiff con un’opera di 40 minuti, Butterflies Have No Memories, compreso nel Jeonju Digital Project 2009: Visitors, 3 episodi firmati, in digitale, da altrettanti autori. E chi meglio di lui che in un’intervista ha definito «il digitale una teologia della liberazione», per valorizzare questo progetto? Nel bianco e nero crepuscolare/aurorale dei lunghi piani fissi del film, Diaz ci racconta la vita di alcune persone rimaste senza lavoro dopo che la compagnia canadese (storia vera) che la gestiva ha deciso di chiudere una miniera. Anche qui ritroviamo la stessa illusoria speranza poi negata. 154

Assieme a Diaz in questo interessante progetto c’erano anche il coreano Hong Sang Soo e la giapponese Naomi Kawase con Koma, già vincitrice di un Gran Prix a Cannes, dimostra ancora una volta di possedere un tocco speciale nel raccontare la storia di un uomo e di una donna e delle rispettive famiglie intrecciarsi con lo spirito naturale e le presenze ancestrali del luogo, un remoto villaggio di montagna.

«The Rebirth of Buddha», Buddha risorge dentro le anime?

Posto l`articolo uscito su Il Manifesto del 27 ottobre:

Buddha risorge dentro le anime
Nelle sale nipponiche è uscito «The Rebirth of Buddha», film d’animazione con sfondo di proselitismo religioso, voluto e prodotto da una delle nuove sette che popolano il Sol Levante: Kofuku-no-Kagaku (Happy Science). Una teenager sconfigge il demonio e aiuta il grande «guru» a manifestarsi per riportare la pace perduta. Una storia a tesi, priva di accattivanti simbologie sul sacro
Matteo Boscarol
TOKYO
Nel 1945 usciva nelle sale giapponesi, prodotto dalla Shochiku e per volere della marina nipponica, il primo lungometraggio giapponese, Momotaro: Umi no Shinpei, film dichiaratamente di propaganda militare scritto e diretto da Mitsuyo Seo. Sono passati più di sessant’anni da quella data e l’animazione del Sol Levante si è guadagnata in questo lasso di tempo, un posto importante fra le arti di questa contemporaneità di inizio terzo millennio, attraversando un’ampia varietà di stili e di temi.
Mancava all’appello un film animato di propaganda, o meglio proselitismo, religioso e questo «buco», di cui nessuno sentiva in verità la mancanza, è stato colmato la scorsa settimana quando nelle sale di tutto il Giappone è uscito Buddha Seinen (The Rebirth of Buddha) voluto e prodotto da una delle nuove sette che popolano il paese del Sol Levante e precisamente quella denominata Kofuku-no-Kagaku (Happy Science).
Il gruppo non è in realtà nuovo a progetti del genere, negli anni passati aveva infatti finanziato tre film che, come quest’ultimo, sono tratti da scritti del suo fondatore Ryuho Okawa. Animazioni con queste finalità se ne erano viste già alcune, soprattutto prodotte dalla Soka Gakkai e per quanto riguarda il mondo dei manga le pubblicazioni di questo genere sembrano essere moltissime. Ciò che rappresenta la novità in questo caso è il fatto che The Rebirth of Buddha gode di una distribuzione da film di Hollywood e, cosa ancora più impensabile, che al primo weekend di proiezioni era al secondo posto del box office giapponese.
Cosa ancora più strana, a cui abbiamo assistito alla proiezione, è che la quasi totalità del pubblico era formato dalle cosiddette obasan, le signore di mezza età, di solito l’ultima tipologia di spettatori per l’animazione. Evidentemente un lavoro di distribuzione gratuita o di acquisto «forzatamente volontario» dei biglietti (molto popolare fra le compagnie giapponesi) è stata messa in atto da Happy Science. Sta di fatto che in rete si sono susseguiti i commenti di chi sminuiva la cosa negando la volontà di proselitismo del progetto, definandolo solo un altro anime fra i tanti altri. Eppure su questo punto non vi sono dubbi: il film è totalmente ed integralmente un film di proselitismo religioso, senza che in questa definizione vi sia niente di negativo. Non vogliamo qui criticare il desiderio o la possibilità di diffondere le proprie idee quant’anche esse non siano condivisibili; quel che ci preme fare in questa sede è però mettere in luce ed analizzare la pochezza dell’opera.

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La storia si svolge ai nostri giorni, quando la Terra entra in un periodo di oscurità e decadenza con l’arrivo, sotto smentite spoglie, del diavolo nel nostro mondo e la conseguente attesa per l’avvento/rinascita del Buddha che verrà a salvare e riportare sulla retta via il genere umano. Tutto questo si intreccia con la storia di una ragazzina che improvvisamente comincia a percepire e vedere gli spiriti maligni che gravano attorno alle persone. Il diavolo usa la persona fisica di un sedicente santone a capo di una setta, per spacciarsi come il vero e nuovo Buddha, ma grazie anche all’intervento della stessa teenager il vero Buddha riuscirà a manifestarsi nello scontro finale con il demonio in uno stadio di baseball dove naturalmente avrà la meglio diffondendo la luce e parole di pace su tutto il Giappone.
Raccontata così sembra una puntata poco riuscita di Dragonball ed è purtroppo la verità. Senza un briciolo di ironia e con molta pomposità il film è realizzato in una maniera così piatta che forse ere meglio fare delle letture del libro a cui si ispira in giro per il Giappone. Inoltre, ed è forse questo il difetto più grosso del film, c’è un grado di semplificazione da far impallidire Hollywood, buoni contro cattivi, i primi lucenti e puri nell’aspetto, i secondi grigi in viso e sempre in penombra. Fa riflettere il fatto che il vero Buddha sia rappresentato con tratti occidentali e vestito in un moderno completo bianco mentre il diavolo che si rivela nel finale abbia palesemente dei tratti orientali e indossi un vestito dal taglio tradizionale. Facile sarebbe criticare il film e l’ideologia che sta dietro a esso da un punto di vista ateo, ciò che è più grave e che l’operazione danneggia paradossalmente sia la setta stessa, probabilmente mossa da sinceri ideali, sia tutti coloro che sono interessanti in modo serio alle manifestazioni del sacro, anche nella settima arte. In questo senso la mancanza di qualsivoglia simbologia ne fa un’ opera, proprio dal punto di vista del sacro, completamente dozzinale e deprecabile, non si pretendeva certo di raggiungere il grado immaginale delle opere di Tarkovskij o dell’Oshii più ispirato, ma per lo meno una complessità alla Evangelion, tanto per rimanere nell’animazione, poteva essere tentata.
All’uscita dalla sala, potremmo forse sbagliarci, ma ci è parso di vedere un signore del gruppo fare cenni di assenso col capo nei confronti degli spettatori. Li attendeva, in caso qualcuno avesse voluto approfittare dell’occasione e interessarsi a Happy Science. Forse aveva ragione Aurobindo quando diceva (parafrasiamo) che i nuovi movimenti religiosi anche quelli apparentemente meno condivisibili sono la testimonianza di un cambio di paradigma, di un evoluzione, però inquesto caso l’unica esperienza salvifica è stata quella di uscire dal cinema.

Lav Diaz: “il digitale è teologia della liberazione”

Bellissima intervista, datata 2007,  con il regista filippino Lav Diaz, premiato nel 2008 a Venezia Orizzonti per il fluviale “Melancholia”.

“adesso possiamo distruggere i governi grazie al digitale”

“il digitale è teoria della liberazione”

qui

DVD box per Ichikawa Jun

buythesuit5Uscirà il 18 ottobre di quest’anno un DVD box dedicato all’opera del regista giapponese Ichikawa Jun, improvvisamente scomparso l’anno scorso all’età di 60 anni.

Il box (che uscirà in Giappone)  è un’iniziativa interessante perchè oltre  a raccogliere 6 dei film del cineasta nipponico (fra cui l’ultimo e quasi sperimentale Buy a suit / スーツを買う), comprende anche circa 60 spot televisivi realizzati dallo stesso Ichikawa durante la sua carriera. Pubblicità molto divertenti, surreali, che sono entrate nell’immaginario giapponese  e che completano  l’opera visiva del regista.

Venezia 2009 – film estremo orientali

Posto qui il pezzo uscito su Alias di sabato scorso:

“Tetsuo e altre dolcezze orientali”

di Matteo Boscarol
TOKYO Diversi film provenienti dall’Estremo Oriente saranno presenti anche quest’anno alla Mostra, anche se per gli standard quantitativi a cui ci avevano abituato Marco Muller e i suoi collaboratori, questa volta al Lido vedremo
meno opere provenienti dal Giappone e dal resto dei paesi dell’Asia dell’est. In alcuni casi però si tratta di lavori pesanti, che altri festival, in questo autunno pazzamente saturato di manifestazioni cinematografiche sparse per il mondo, avrebbero voluto far loro. Primo fra tutti quello che è forse uno dei film sui cui gli appassionati di certo cinema hanno riposto le loro aspettative e cioè Tetsuo the Bullet Man qui a Venezia in concorso, terzo capitolo del delirante universo cyberpunk creato da Shinya Tsukamoto
una ventina di anni fa. Da quel che si è potuto vedere negli 8 minuti iniziali proiettati in anteprima al Comic-Con International di San Diego lo scorso luglio, questo terzo Tetsuo si preannuncia inevitabilmente diverso dal primo ma ugualmente interessante, più stilizzato dell’originale e naturalmente meno jishu-eiga e con una fotografia livida e bluastra, atmosfere a cui ha contribuito probabilmente anche l’esperienza del regista giapponese con i suoi lavori più mainstream, se così si puossono definire i due capitoli di Nightmare Detective. Vedremo se l’americano Eric Bossick, prescelto per impersonare la parte del protagonista, saprà usare le sue passate esperienze per sublimare il sogno urbano/metallico/tecnologico di Tsukamoto. Sarà interessante vedere se Bossick avrà saputo usare la sua esperienza come danzatore/attore butoh, un’arte che sembra collidere in molti punti con l’estetica del regista nipponico a partire da quell’ossessione per il corpo di carne e per le sue infinite ibridazioni e possibilità che già aveva intuito e esplorato, anche su pellicola, uno dei suoi fondatori Tatsumi Hijikata.
Assisteremo probabilmente a uno spettacolo di violenza anche con un altro lavoro proveniente dell’est asiatico e che potremo vedere in concorso, Yièngoi (Accident). Prodotto da Johnnie To e diretto da quel Pou Soi Cheang già autore di Love Battlefield e del bel Besieged City, Accident è la storia di un violento serial killer che si ritrova, quasi per una sorta di nemesi, a sua volta al centro di un meccanismo che lo vuole target di uno (o più) assassini. Sempre in gara Lei Wangzi (Prince of Tears), l’ultima fatica del cinese Yonfan, fotografo giramondo oltre che regista, che forse alcuni ricordano come autore della love story gay Bishonen (1998).

engkwentroNella sempre fresca sezione Orizzonti sarà presente fra gli altri il ventunenne filippino Piepe Diokno con il suo Engkwentro, la storia di due fratelli appena adolescenti che si ritrovano però a combattere su i due fronti contrapposti di una guerra fra gang giovanili. «Film duro e a tratti scioccante, assolutamente da vedere» così è stato definito da chi ha avuto la possibilità di assistere ai sessanta minuti della proiezione al Cinemalaya Indipendent Film Festival dove si è aggiudicato una menzione speciale della giuria. Nella stessa sezione spicca il nome della scrittrice e regista cinese Xiaolu Guo, fresca reduce dalla vittoria del Pardo d’oro a Locarno che presenta qui il suo Women cengjing de wuchanzhe (Once upon a time proletarian:12 tales of a country). Documentario che racconta le grandi trasformazioni politiche
e sociali che hanno attraversato e scosso la storia recente della Cina, dalla rivoluzione comunista fino a quella economica degli anni ottanta, un film che si preannuncia quindi tutto da vedere anche perché ci offrirà la visione della storia dal punto di vista di una donna.
Spazio per l’Asia estremo-orientale anche nella sezione Corto Cortissimo dove ci saranno due co-produzioni giapponesi, il primo Jitensha (Bicicletta) nippo-americano realizzato da Dean Yamada e Kingyo diretto da Edmund Yeo ma targato Malesia e Giappone.

yona_yona_penguinUna piccola riflessione e un paio di righe in più ci sembrano necessarie dedicare alla presenza del giapponese Rintaro
con il suo Yona Yona Penguin, interamente realizzato in 3D che ci racconta la storia di una ragazzina risucchiata in un mondo popolato di strane creature che ritengono un coniglio essere il proprio salvatore. Il film è una co-produzione franco-nipponica con un budget di circa 12 milioni di dollari
e dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, come il paese transalpino sia senza dubbio quello più ricettivo verso le intensità e le creazioni pop provenienti dal Giappone. Ma al di là di Yona Yona Penguin, quello che è importante è il fatto che un grande e importante nome dell’animazione come Rintaro
sia finalmente approdato al Lido. Personaggio fondamentale per la
storia dell’animazione, Rintaro ha lavorato con i grandi nomi dell’animazione,
fin dall’inizio con il «Dio del manga» Osamu Tezuka per cui ha fatto l’art director di molti degli anime più popolari del maestro, come ad esempio Astro Boy o Kimba il leone bianco da cui poi la Disney avrebbe copiato per realizzare Lion King. Oppure durante gli anni settanta quando incontra
l’opera di Leiji Matsumoto e dirige delle serie animate che rimangono
a tutt’oggi delle pietre miliari, famosissime ed apprezzate anche in Italia,come Capitan Harlock o Galaxy Express 999. Altro incontro fondamentale è quello con il genio di Katushiro Otomo con cui collabora
a diversi progetti che sfociano nel 2001 nella realizzazione di un’opera mastodontica e quasi epica come Metropolis, o ancora nei primi anni del nuovo millennio Rintaro riesce a trovare il tempo per far parte del team che realizza un vero e proprio gioiellino dell’animazione seriale, Paranoia Agent di Satoshi Kon. Insomma, è stato davvero un bel gesto da parte della Mostra ed in primis di Muller, grande conoscitore e amante dell’animazione, invitare un pezzo di storia del mondo animato nipponico come Rintaro, siamo sicuri
che molti lo hanno apprezzato.

Summer Wars di Hosoda Mamoru

Presente a Locarno in occasione della rassegna Manga Impact, e` uscito il primo agosto qui in Giappone l`ultimo film di Hosoda Mamoru, Summer Wars, quasi ideale continuazione artistica del bel Toki o Kakeru Shōjo (The Girl Who Leapt Through Time). Questo lavoro segnera` forse un punto di svolta per l`animazione nipponica, chissa che finalmente non si possa cominciare a guardare, con rispetto, anche oltre al maestro Miyazaki?!

Qui il trailer

e qui i primi cinque minuti del film, in cui si vede la mano della madhouse (Kaiba!) e il fatto che Hosoda abbia realizzato diversi lavori sui Digimon: