Il declino della rivoluzione


“Proteste contro l`ANPO, il Trattato di sicurezza tra Stati Uniti e Giappone. Studenti in piazza. Contadini e giovani uniti contro la costruzione dell`aeroporto di Narita. 112 universita` occupate e in rivolta. Attacchi alle stazioni di polizia. Scontri violenti. Bombe molotov. Fazzoletti sul viso e travi di legno in mano. Sovversione, rivoluzione, protesta.  E` l`apertura dell`ultimo film di Koji  Wakamatsu  che a settantun anni suonati riesce ancora a sorprendere, e` passato a Procida con alcuni dei suoi film nati ed intrecciati proprio ai movimenti rivoluzionari e di protesta dell`epoca.
Eccolo allora ad una trenina di anni di distanza ritornare sugli stessi fatti, raccontare la stessa energia e la stessa rabbia con un film pero` fondamentalmente, e non poteva essere altrimenti, diverso da quelli fatti in gioventu`.
Jitsuroku – Rengō Sekigun ( Cronache dell’Armata Rossa Unita) e` un filmone di tre ore e dieci che potevano essere quattro secondo le stesse parole del regista visto che piu` di un `ora e` stata tagliata per problemi pratici di proiezione nelle sale , e che all`ultimo Tokyo International Film Festival e` stato premiato come miglior film nella sezione Japanese Eye.


Film che nessuno voleva produrre, il tema e` troppo scottante, il solo nominare Sekigun (Armata Rossa) da` gia` dei grattacapi, e` il lavoro che Wakamatsu da lungo tempo desiderava fare. Un film che raccontasse come dai movimenti di protesta e di insurrezione degli anni sessanta si giunse all `Asama san-so jiken, i fatti del monte Asama del 1972 , quando cinque membri della Rengo Sekigun si asserragliarono all`interno di una pensione per 10 giorni circondati dalla polizia.
Immagini di repertorio di proteste, sfilate, universita` occupate che si mescolano a ricostruzioni di riunioni fra studenti aprono il film che si dipana in questa parte con un ritmo abbastanza sostenuto e con una voce narrante a raccontare i fatti e le date storiche. Nella grande ondata di mobilitazione che e` perlopiu` spoliticizzata, non appartiene cioe` a nessun partito politico, nascono pero` vari gruppi rivoluzionari di ispirazione comunista, molte volte in contrasto fra di loro, fra questi la Sekigun-ha (Armata Rossa).
Contenere ed arginare questa energia rivoluzionaria per i politici e` quasi impossibile e Wakamatsu con il sceneggiatore Masayuki Kakegawa e` abile a combinare le immagini ed il commento, leggi speciali vengono promulgate sul momento dallo stato giapponese incapace di stare al passo con i tempi.
E` un fenomeno imponente, rabbioso, energetico, in Giappone come nel resto del mondo. “Volevo ricordare alle nuove generazioni, che noi in quegli anni lottavamo, ci opponevamo, adesso nessuno fa niente per il massacro in Iraq, nessuno fa niente” ha ricordato Wakamatsu in un intervista al TIFF.
Fra le protagoniste di questo periodo vediamo Fusako Shigenobu, nel film interpretata da Anri Ban, membro della Sekigun-ha che pero` nel 1971 sarebbe andata in Libano dove avrebbe fondato la Nihon Sekigun (Japanese Red Army). Si chiude cosi` la prima parte del film e qui comincia la discesa negli inferi, la triste fine dei sogni rivoluzionari e forse la parte piu` riuscita del lungometraggio.
Dallo stile che mescola finzione e filmati d`epoca Wakamatsu passa al racconto cinematografico che per tocco e paesaggi ricorda molto il suo film precedente, 17 sai no fūkei – shonen ha nani wo mita no ka, visto a Torino nel 2005.
I membri della Sekigun-ha decidono di ritirarsi sulle montagne dove poter addestrarsi per la lotta armata insieme ad altri membri, per la maggior parte provenienti da un altro gruppo, il keihin anpo kyo to, nato come protesta contro il Trattato di Sicurezza.
A guidare questi militanti tutti di eta` giovanissima, fra cui sono presenti molte donne, ci sono Tsuneo Mori e Yoko Nagata che metteranno insieme i due gruppi dando vita a quella che sara` la Rengo Sekigun (United Red Army) da non confonderesi quindi, anche se affine, con la Nihon Sekigun.
I due con l`andare del tempo cominciano pero` a darsi un tono dittatoriale, nascono i primi contrasti interni, le violenze fra i membri, le punizioni ed alla fine anche le prime esecuzioni. Ben 12 membri verranno uccisi fra varie agonie, terribile la scena in cui una ragazza, per punizione, e` costretta a seppellire il corpo nudo della sua amica in piena notte, salmodiando parole di autoaccusa. Wakamatsu e` sempre un maestro nel descrivere e creare le scene di violenza, ma qui a differenza dei suoi lavori precedenti e` una violenza che e` anche, se non soprattutto, mentale, colma della tristezza e dell`agonia delle occasioni mancate, della giovinezza strozzata sul nascere. Con colori sobri, velati ed uno sguardo secco quasi documentaristico, il regista giapponese sembra quasi voler raccontarci come l`entusiasmo e l`energia di rivolta contro il potere possano disseccarsi quando si alienano e si separano dalla realta` per chiudersi in un circolo vizioso di vuote parole.
“Fai autocritica!” “Comunista” “ Rivoluzione comunista” in questa parte del film sono pronunciate fino al parossismo per giustificare punizioni corporali, esecuzioni sommarie e visi di giovani ragazze ancora nel fiore degli anni brutalmente deturpati. Scene difficili da sopportare, non tanto per l`efferratezza, il regista giapponese ci ha abituato a ben altro, ma per il tormento psicologico e l`infinita mestizia che trasmettono. Dov`e` la gioia, dov`e` la ribellione anche sessuale, qui totalmente assente, e la rabbia festosa dei movimenti di rivolta? Sembra quasi domandarci Wakamatsu.
Con le scene puntuate dalla bella e fredda musica di Jim O’Rurke, ex chitarrista dei Sonic Youth e grande ammiratore di Wakamatsu, violenza dopo violenza, esecuzione dopo esecuzione il numero dei membri della Rengo Sekigun si assottiglia e una volta che i due leader Mori e Nagata verranno arrestati, il gruppo si disperde, ne rimarranno solo cinque. Questi superstiti inseguiti dalla polizia si danno allora alla fuga in mezzo alle montagne e finiscono per rifugiarsi in una piccola pensione sul Monte Asama nella prefettura di Nagano, fatto che sara` ricordato come l` Asama san-so jiken. Qui dal 19 febbraio per dieci giorni i rivoluzionari si asserragliano insieme alla padrona dell`hotel che comunque, viene ripetuto piu` volte durante la parte finale del film, non viene mai usata come ostaggio. Una sincera riflessione collettiva unisce i giovanissimi ragazzi, il piu` giovane ha 19 anni, nel constatare che fin d`ora cio` che e` a loro mancato e` stato il coraggio, il coraggio di opporsi alle brutali violenze avvenute nel gruppo. Circondati da un enorme numero di poliziotti i cinque si difendono sparando e uccidendone due, Wakamatsu qui e` abbastanza impietoso nel descrivere come l`odiata polizia (che nel film si vede appena) sfrutti biecamente i sentimenti familiari, le madri di due dei rivoluzionari che parlano col megafono, allo solo scopo di far stanare i cinque. Il 28 febbraio la polizia assalta la baita e li arresta tutti, uno di loro, Kunio Bando sara` pero` rilasciato nel 1975 in uno scambio che il governo giapponese sara` costretto a fare con la Nihon Sekigun. Proprio Bando, che fra l`altro e` uno dei pochi appartenenti alla Rengo e poi Nihon Sekigun a essere ancora in liberta`, ha raccontato a Wakamatsu la vera dinamica degli eventi, che li ha potuti qui rappresentare seguendo quindi un punto di vista diverso da quello solito, quello della polizia.
Il film si conclude con immagini di repertorio commentate sui fatti che sono avvenuti dopo il ventotto febbraio 1972 fino all`arresto di Fusako Shigenobu nel 2000 e conseguente scioglimento della Nihon Sekigun.
Sempre cattivo maestro, ancora fuori da qualunque schema, Wakamatsu ci regala forse uno dei film piu` personali, tre ore girate con maestria che passano in un istante, un `idea su un periodo che lo ha visto in prima linea, che ormai pochi ricordano o vogliono ricordare. Una critica feroce contro tutto e tutti, la polizia, i governi, la situazione d`oblio attuale ma soprattutto una lucidissima visione di come un movimento di protesta e di genuina rivolta possa trasformarsi in un massacro ed in una occasione perduta.”

Matteo Boscarol da Il Manifesto del 14 novembre 2007

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