Intervista ad Adachi Masao

Comincio qui con Adachi Masao a mettere on-line alcune interviste e/o recensioni a film e registi giapponesi apparse nel corso del tempo su supporto cartaceo.   Alcune lasciano il tempo che trovano, altre anche.

Tempo fa (adesso non ricordo quando) ebbi l`occasione di intervistare lo sceneggiatore, regista nonche` combattente Adachi Masao per Il Manifesto. Da allora e` uscito (nel 2006 ) il suo nuovo film: The Prisoner – Terorisuto. Non va dimenticato, per me e` fondamentale,  neanche il bellissimo, sperimentale e vuoto A.K.A. serial killer del 1969.

Riporto qui l`intervista fatta ad Adachi per Alias (inserto settimanale del Manifesto) e` un po` sgrammaticata e troppo politicizzata, comunque:

CINEMA=RIVOLUZIONE

Tokyo (Giappone) Ancora poco noto al pubblico italiano, ma figura cardine di certi ambienti letterario-cinematografici giapponesi degli anni sessanta-settanta, Masao Adachi nasce a Fukuoka, Giappone nel 1939. Fin da giovane si fa notare per la vivacita` sperimentale del suo cinema, basti pensare a titoli come “Tazza (Wan)”  del 1961 e “Vagina bloccata (Sa-in)” del 1963. Nel 1966 inizia il suo sodalizio e la sua amicizia con Koji Wakamatsu con cui collabora, in qualita` di sceneggiatore, per quasi dieci anni in una serie innumerevole di film,  “L`estasi degli angeli” (in cui compare anche come attore), “Le vergini di bianco stuprate” e “L`embrione caccia in segreto” (passati a FuoriOrario e a Sulmona). Ma Adachi non si ferma qui, infatti entra a far parte della compagnia di produzione di Nagisa Oshima “Sozo-sha” con cui collabora in almeno tre film (da ricordare “Il diario del ladro di Shijuku”).
Nel 1969 assieme al sceneggiatore della Sozo-sha Mamoru Sasakie al critico cinematografico anarchico Masao Matsuda produce “A.k.a. Serial killer” un film che mostra incessantemente gli scenari che il protagonista/assente serial killer Norio Nagayama deve aver visto, riprendendo solo le traiettorie delle derive di Nagayama dalle periferie di Abashiri fino a Kawasaki.
Nel 1971 con Oshima e Wakamatsu e` invitato al Festival di Cannes alla “Settimana dei registi” e sulla via del ritorno produce il film-documentario “Armata Rossa/PFLP: una dichiarazione di guerra mondiale” 1971 coprodotto dai membri dell`Armata Rossa giapponese inclusa Shigenobu Fusako e il PFLP. In seguito sviluppa il movimento delle “Truppe di proiezione dell`autobus rosso” con cui gira per tutto il Giappone proiettando il film un po` dovunque, nelle palestre, nelle piazze. Come attivista Adachi idea e pratica varie teorie riguardanti sia l`espressione che la proiezione cinematografica stessa.
Nel 1974 lascia il Giappone e dedica se stesso alla rivoluzione palestinese. Da quel momento in poi le sue attivita` non sono rivelate fino al 1997 anno in cui viene arrestato dalle autorita` libanesi. Nel 2001 viene concessa l`estradizione e viene trasferito in Giappone dove dopo due anni in carcere pubblica “Cinema/Rivoluzione” un autobiografia della sua vita pubblicata dal critico cinematografico Go Hirasawa.
Al momento Adachi sta preparando un nuovo film intitolato “Il Tredicesimo mese dell`anno” che mira alla creazione di una nuova teoria e di una nuova pratica cinematografica.
Accompagnato dalla bella moglie libanese lo abbiamo incontrato a Shinjuku, uno dei tanti centri di Tokyo. Zaino in spalla, sorriso solare, energico ed entusiasta come un ragazzino si e` dimostrato subito molto disponibile anche perche` quando ha sentito che eravamo de “Il Manifesto”, ci ha detto di aver sentito un tuffo al cuore. Infatti durante la sua permanenza in Medio Oriente ne incontro` piu` d`uno dei giornalisti del giornale.

Visto che siamo a Shinjuku, ci puo` parlare del suo rapporto con Nagisa Oshima con cui tra l`altro ha realizzato “Il diario del ladro di Shinjuku (Shinjuku dorobo nikki”?
In quel periodo(fine anni sessanta) lavorai spesso con Oshima con cui scrissi tre sceneggiature, fra cui quella dal libro di Jean Genet, che comunque e` una liberissima interpretazione dato che solo il titolo rimane fedele all`opera. Cio` che cercammo di fare, ispirandoci a Genet, fu di descrivere il movimento underground dei fuorisciti dalla societa` che si stava sviluppando all`epoca, usando un linguaggio cinematografico che ne rappresentasse i pensieri, le emozioni, lo stile di vita. Insomma, creare una nuova identita`per questa nuova generazione di cui anche noi, a nostro modo, facevamo parte.

A proposito, ha mai conosciuto personalmente Jean Genet?

Si, certamente! Mi trovavo in Palestina a Shabrashati nel 1982.

Vi siete scambiati qualche parola?

Ma sai, mentre tutti dialogavano, si scambiavano opinioni, lui stava sempre seduto solitario, felicemente immerso in se stesso e nella terra palestinese sorseggiando te` o caffe`, visto che il vino era proibito nei campi, e al massimo proferiva due o tre parole ogni mezz`ora. In quel periodo collaboravo con la “Writer Union of Palestine” e un giorno, per svolgere dei progetti, ritornammo tutti all`hotel dove ebbi cosi` l`occasione di bere un bicchiere di vino con Genet e, sai, essendo un suo fan avrei voluto chiedergli un sacco di cose, ma lui mi disse:” Qui siamo in Palestina, lascia parlare il silenzio, dammi il mio tempo…” e continuo` a sorseggiare il suo vino.

Si ricorda altri incontri significativi?

Le due figure piu` famose che frequentavano i campi all`epoca erano Jean Genet appunto e l`attrice Vanessa Redgrave che rimase con noi fino alla fase finale dell`evacuazione palestinese dal Libano, tre mesi di resistenza completamente circondati. Ricordo ancora bene quando eravamo nello stesso camion, tutti col viso coperto tranne lei che con le mani in segno di vittoria gridava: ” Israele non ci distruggera`!”

Un` altra figura importante per la cultura palestinese e araba in genere e` l`intellettuale Ghassan Kanafani assassinato con la nipotina l`otto luglio del 1972 , lo aveva mai conosciuto?

Certamente! Fin dal mio primo soggiorno in Medio Oriente iniziammo una fertile collaborazione nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, basti pensare che tutti gli aforismi letti in “Armata Rossa PFLP: una dichiarazione di guerra mondiale” sono stati scritti da Kanafani. Senza dubbio nel tempo che trascorremmo insieme potemmo scambiarci molte opinioni, parlare di molte cose, insomma eravamo amici.

Ha citato il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, c`erano rapporti con altri gruppi anche internazionali?

A quel tempo, nei campi di battaglia ebbi modo di incontrare svariati militanti della R.A.F., dell`E.T.A., dell`I.R.A….

Qualcuno delle BR italiane?

Cercammo di contattarli parecchie volte, ne incontrai personalmente quacuno e anche se possedevano una forte personalita` erano pessimamente organizzati.

Ritornando al cinema…

No, No! io non divido le due cose, per me cinema e rivoluzione sono la stessa cosa, lo stesso movimento.

Daccordo. Ci piacerebbe sapere da dove trae l`ispirazione per i suoi film, per le sue sceneggiature.

Proprio recentemente ho avuto delle idee interessanti leggendo il socialista anarchico dell`ottocento Auguste Blanqui e il vostro Antonio Negri.
Mi riferisco in particolare al breve ma densissimo articolo che il francese scrisse nel suo periodo di permanenza in prigione: “L`eternita` attraverso gli astri“. Vi si afferma che tutta la storia e` una copia, una ripetizione, il significato dell`eternita` e`: tutto si dissolve e tutto ricomincia uguale. La gente, il popolo all`interno di questa copia che fa? come si comporta? perche` fa cio` che fa? come prova a liberarsi?
Ecco, questo interrogarsi, questo ritmo ciclico delle cose mi trova perfettamente in sintonia con Blanqui e ha chiari rimandi, per me, al “Giobbe” scritto da di Negri. Come l`eroe biblico affronta sconfitte, delusioni, distruzioni e dolori cosi` io vedo la figura dell` rivoluzionario continuamente disillusa, sconfitta ma cio` nonostante mai doma, resistente questo ciclico ripetersi delle cose. E` questo potere di ribellione, di rivolta Blanqui, Negri ed io, nel mio piccolo, lo vediamo nel popolo, nella gente, nella classe operaia. In un mondo dove sembra che il capitale abbia un potere di controllo assoluto, dovremmo cogliere le parti, gli elementi che in noi stessi eccedono questo paesaggio-copia, solo la` la liberta`come vita umana comincia e l`espressione diventa possibile.

Dacche` nel suo cinema il “paesaggio” ha un`importanza particolare, ci puo` raccontare qualcosa dei luoghi dove avete girato “Armata Rossa PFLP: una dichiarazione di guerra mondiale” ?

Nel 1971 Wakamatsu ed io fummo invitati a Cannes alla “Settimana dei registi” e sulla via del ritorno decidemmo di recarci nei territori palestinesi per fare un documentario. Girammo un po` per tutti i campi del Libano, della Siria, della Giordania e specialmente a Jarash che si trova su una montagna fra Palestina e Giordania. Tutta questa montagna e` attraversata da una serie di tunnel interminabili che anche noi due, all`epoca, aiutammo a scavare fra una ripresa e l`altra. Il comandante del campo ci disse: ” Volete girare un documentario, bene, ma prima come tutti gli altri aiutateci a scavare! ” Al che puoi immaginare le imprecazioni di Wakamatsu: “Guarda che mi tocca fare per girare un film!”(ride).

E quando ritornaste in Giappone dopo la proiezione avventurosa del documentario in giro per il paese, lavoraste insieme per “L`estasi degi angeli”. Ci puo` dire in che modo i due lavori sono collegati?

“Armata Rossa….” e` gia` una critica implicita alla politica del Nihon Sekigun e al suo mistico progetto di fondare un esercito. Come subito realizzai in Palestina, la lotta armata non deve essere in alcun modo separata dalla vita quotidiana del popolo, ma cio` che successe in Giappone fu l`esatto contrario: l`avanguardia rivoluzionaria creo` un punto di vista completamente separato dalla realta` delle masse una specie di “elite della pistola”. Al contrario io sono un convinto sostenitore della sovranita` delle masse: il popolo puo` avere il potere perche`gia` di fatto ce l`ha. Proprio questo concetto mi interessava far risaltare, come sceneggiatore, nei due film e soprattutto in “L`estasi degli angeli” con cui sollevammo la domanda: quando la struttura centrale, il regime cede, che succede agli altri componenti che continuano individualmente per la loro strada, prendendo le redini della loro vita?

Ci puo` dire qualcosa del film a cui sta lavorando: “Il tredicesimo mese dell`anno” ?

E` una specie di progetto collettivo a cui tutti gli artisti, gli intelettuali, i cameraman del mio gruppo stanno collaborando attivamente, ognuno portando le sue esperienze, i suoi punti di vista. Sara` un film innovativo, useremo nuove tecniche cinematografiche, riprenderemo la stessa situazione da punti di vista diversi per poi metterli insieme, combinarli, ma non in multischermo di modo che non ci sia distinzione tra reale e immaginario. Per questo il titolo sara` “Il tredicesimo mese dell`anno”, un luogo non nel passato, non nel presente, non nel futuro, ma attuale dove tutti possono entrare, in qualsiasi momento..
E` l`idea in fondo che ricevetti quando lessi “Il Manifesto Surrealista”. La sua affermazione che non c`e ` bisogno di oggettivare “l`altro e lo stesso” mi porto` ad elaborare l`asserzione che l`autore e` un attivista in quanto l`individuo puo` essere concepito soltanto come movimento. Ed e` questo movimento che cerchero` di catturare nel mio film.
Anche il processo di distribuzione del film sara` innovativo. Il cinema non ha bisogno delle sale, cosi` come posso scrivere qui su un fazzoletto di carta (mima il gesto con la mano) ed e` poesia, allo stesso modo al cinema non servono le grandi produzioni, ma dobbiamo noi cercare, creare nuovi mezzi di comunicazione, di produzione, di distribuzione.

Negli anni sessanta-settanta, ma anche adesso, c`era qualche autore di letteratura giapponese e non che la ispiro` particolarmente? Penso ad esempio a Osamu Dazai o a Mishima…Sai, si leggeva un po` di tutto: scrittori sovversivi e tradizionali, giapponesi e stranieri, insomma era un`atmosfera molto stimolante.
Molti, ancor oggi, mi dicono marxista ma, per dirti la verita`, non ho mai studiato i libri marxisti-leninisti se non per divertimento (ride). Nelle basi militari in Palestina li rilessi durante i pochi momenti di tempo libero: ci diedero un buon punto di partenza, ma da li`e` necessario andare avanti e ripensare, ricreare noi stessi. Per essere sincero credo di essere un deciso sostenitore del “Manifesto Surrealista” e di Breton.
In fondo sono solo un surrealista.

Matteo Boscarol

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