Intervista a Takashi Miike

Prima di partire per la citta` ed il mare di Kanazawa, dove (mi dicono dalla regia) ci fermeremo per un 4 giorni, continuo a mettere on-line alcune interviste fatte in passato. Ecco qui quella fatta a Takashi Miike a Tokyo nel 2005 per Alias de Il Manifesto, in occasione dell`uscita di Yōkai Daisensō poi presentato anche a Venezia. Elimino la stopposa parte introduttiva, dove mi ingarbuglio sempre con gli stessi concetti….Vale sempre la regola: alcune cose che o scritto lasciano il tempo che trovano, altre, anche.

ps: e comunque una “vera” intervista piu` completa la potete trovare su neoneiga.

ps2: l`immagine e` 46-okunen no koi ( Big Bang Love, Juvenile A) del 2006

Iniziamo con una domanda di rito: come si e` avvicinato al mondo del cinema? Quando cioe` ha deciso che sarebbe diventato un regista?

Fin da giovanissimo non mi e` mai piaciuto studiare, proprio non ero portato,ma avessi abbandonato gli studi sarei dovuto entrare nel mondo adulto,diventare “grande” cercarmi cioe` un lavoro. Allora non c`erano tutte le varie scappatoie che ci sono oggi, decisi cosi` di iscrivermi ad una scuola di cinematografia che all`epoca non erano molto popolari e numerose. Direi quindi che e` stata una scappatoia, una fuga dal cosiddetto mondo degli adulti!

Questa scelta immagino sia stata determinata anche da un forte interesse per il cinema?

Si, certo. Ma in quegli anni per i giovani era quasi automatico passare sia le vacanze d`estate che quelle d`inverno nelle sale cinematografiche a guardare i nuovi film. Non erano ancora stati inventati i videogames!

Si ricorda che genere di film andava a vedere?

quell di mostri come Gabera, Godzilla.. ma cio` che mi colpi` furono soprattutto i film di Bruce Lee, me lo ricordo ancora benissimo, frequentavo il secondo anno di scuola media quando vidi per la prima volta “Enter the Dragon”. Film d`azione, certo, ma dove si poteva percepire anche qualcosa d`altro: il suo essere vivo, la sua fortissima personalita`. Mi recai anche al Festival del Cinema di Seattle dove potei vedere in carne ed ossa Bruce Lee e suo figlio Brandon. Che emozione vederli assieme!!

Quindi Bruce Lee ha avuto una forte influenza su du lei. Ma c`e` qualche regista che La interessava particolarmente?

Considerando il periodo della mia giovinezza direi senz`altro Steven Spielberg di cui, come per Lee, mi colpirono la sua vivacita`e la sua freschezza da adolescente che potevo vedere, sentire nei suoi film, non la sua tecnica, il suo stile ma il fatto di fare cinema pur essendo poco piu` che un ragazzo. Infatti a quel tempo, ero ancora un bambino, la mia immagine del regista era quella di una persona adulta, dei miei genitori, delle persone “grandi”, per questo l`esempio di Spilberg fu per me una felice eccezione, fare del cinema e sentirne le possibilita`insite. Questo e` stato cio` che ho provato vedendo tutta l`esperienza del regista americano e il suo crescere con e dentro il cinema stesso.
Poi con il passardegli anni, quando frequentavo la scuola di cinematografia, mi imbattei casualmente nell`opera di Shohei Imamura, che fino a quel momento avevo solamente sentito nominare perche` non nutrivo quasi nessun interesse per i film del mio paese. Ma rimasi molto affascinato specialmente quando, subito dopo la mia laurea, usci` nelle sale “Fukush˚ suruwa wareniari” e mi dissi :” Ah! ci sono film giapponesi cosi`!” , fu davvero una bella sorpresa per me!
E come per Spilberg cio` che mi colpi`, anche in seguito, non fu tanto il suo stile ma piuttosto l`uomo Imamura, la sua ricerca delle opportunita`, del momento giusto, il fatto di non aspettare ma di cercarsi i soldi, di prodursi e quindi di crearsi da solo le possibilita`. Imamura, la mattina produttore e il pomeriggio regista! Devo dire sincermente che nella mia carriera non ho mai incontrato altri come lui!

Anche Lei in fatto di attivita` non scherza: la sua produzione, cinematografica e non, e` pressoche` sterminata con una media di quasi 4 film all`anno. Ci puo` dire qualcosa sul suo metodo di lavoro? Come nasce un film di Takashi Miike?

Mi piace la fisicita` nel mio lavoro, l`aspetto materiale, concreto per cui per me piu che parlare di riprendere, di girare un film, si tratta di “farlo” , inteso proprio fisicamente nella sua concretezza. Proprio per questo adoro occuparmi di tutto come trovare i soldi, gettarmi nei progetti che non sembrano essere adatti a me al contrario degli altri registi che scelgono cosa fare e cosa evitare :”..questo non fa per me…” “…non e` il mio genere…”, rifiutano delle proposte perche` troppo difficili e ne accettano altre.. cosi` succede di solito. Basta che ci sia la possibilita` di fare un film e io mi ci butto ed e` proprio da queste situazionI a volte difficili che mi vengono le idee. Se per esempio mi trovo a dover fare un film in soli dieci giorni, che faccio? Abbandono? Neanche per idea! Mi siedo, mi metto a pensare “..io lo farei cosi` e cosi`…” e da li` nascono le varie intuizioni, cerco cioe` di cogliere cio` che la situazione mi offre. So oggi piove, rimandiamo le riprese a domani? Nemmeno per scherzo! Le facciamo ugualmente e vediamo che cosa ne viene fuori. E` proprio questo` il lato divertente del “fare” cinema, piu` la situazione e` difficile piu` mi da` degli stimoli, mi porta a pensare e, ripeto, a partecipare fisicamente alla realizzazione del mio lavoro.

Il film che portera` a Venezia, “Yokai daisenso” e` incentrato su un aspetto della ricca tradizione popolare giapponese. E` secondo lei un argomento ancora attuale?

Nel film abbiamo cercato di rimanere fedeli il piu` possibile agli y?kai originali con la sola differenza che abbiamo strasposto la storia ai giorni nostri. Sara` iteressante vedere la reazione del pubblico europeo, lo yokai e` qualcosa di molto giapponese, non sono mostri, non sono diavoli… e` forse un percepire la natura come viva, animata: sento un fruscio di foglie ed e` uno yokai…la sabbia che scorre ed eccone un`altro…
Ma la caratteristica che probabilmente sara` percepita` anche dal pubblico italiano e` quella che sono esseri deboli ma allo stesso tempo forti, molti di loro infatti non hanno una funzione precisa, lo yokai che lava gli azuki (sorta di fagioli dolci, ndr) o quello della sabbia, ad esempio, non fanno niente di speciale semplicemente esistono e ripetono le loro azioni quasi ignari di tutto il resto, non si danno da fare per raggiungere degli obiettivi come gli esseri umani. Ma e` proprio qui che forse si nasconde la loro forza, il loro vivere molto limpidamente e semplicemente, percio` Il titolo piu` che riferirsi alla vera guerra, si riferisce ad una grande festa, a un festival di tutti gli yokai del mondo.
Quando lo ho fatto vedere a Marco (Marco Mueller direttore della Mostra del Cinema di Venezia, ndr), ormai gia` completato, non avevo la piu` pallida idea di come avrebbe reagito e che cosa potesse pensare guardandolo, ma alla fine gli e` sembrato interessante e ha deciso di portarlo a Venezia, un modo anche di presentare un mondo cosi` distante al pubblico europeo. Distante ma forse in qualche modo vicino infatti penso che questi due mondi, quello degli yokai e del cinema, si assomiglino, infatti entrambi hanno qualcosa di magico, di solito appaiono la sera e per penetrarvi ci si deve avvicinare all`oscurita` da cui poi scaturiscono.

Ci puo` dire qualcosa del progetto televisivo che la vede impegnato con Roger Corman?

Si tratta di una serie di film per la tv intitolata “Master of horror” che andra` in onda forse l` autunno dell`anno prossimo su Star Channel. Il pezzo che faro` sara` l`ultimo, cioe` il tredicesimo e gli altri saranno girati da “maestri” del mondo del cinema, per cui appunto il titolo “Master of Horror”, anche molto distanti per stile tra loro fra cui Landis e Carpenter. Sara` una produzione a basso budget e` in piena liberta`, per cui non vedo l` ora di cominciare! Penso di realizzare un horror molto giapponese ambientato in un bordello tradizionale nel periodo Meji, una sorta di road movie all`inferno. Road movie atipico pero` perche` l`ambiente sara` piu` o meno sempre lo stesso, non ci si spostera` infatti dallo stesso quartiere.

Matteo Boscarol

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