Gake no ue no Ponyo, presentazione/recensione

Dopo Oshii, posto anche la presentazione/recensione di “Gake no ue no Ponyo” che ho scritto per ALIAS N. 33  del 23 AGOSTO (supplemento de Il Manifesto).

di Matteo Boscarol
TOKYO «Ho fatto questo film con l’intenzione che un bambino di 5 anni possa comprenderlo». È con questa dichiarazione di intenti che arriva, dopo ben 4 anni d’attesa, l’ultimo lungometraggio animato del maestro giapponese Hayao Miyazaki, Gake no ue no Ponyo. Questo periodo ha portato alcune novità nello stile e nel modo di concepire l’animazione del cineasta. Tutto è cominciato nel 2005 quando il regista, alla Tate Gallery a Londra, ebbe l’occasione di ammirare la famosa Ofelia, dipinta da John Everett Millais. Quella visione ebbe un impatto molto forte sull’artista che così si rese conto di quanto l’animazione fosse piccola cosa rispetto a opere del genere, tanto che tutti i lavori d’animazione fatti fino ad allora gli parvero senza importanza.
Nel 2006 ci fu un piccolo sintomo di questa svolta. Infatti Miyazaki realizzò tre cortometraggi, proiettati esclusivamente nel Museo Ghibli a Tokyo, che in qualche modo anticipano lo stile di Ponyo. Specialmente in uno, quello intitolato Yadosagashi, si possono vedere molte delle caratteristiche che compaiono anche in questo ultimo lungometraggio, specialmente il disegno amano volutamente semplice e grezzo e l’uso dei suoni onomatopeici per descrivere la natura. Miyazaki, con Gake no ue no Ponyo, naturalmente prodotto
dallo Studio Ghibli, cerca di trovare l’essenziale. Lasciata la computer graphics, il regista ritorna in superficie, (ri)conquista cioè una certa semplicità, l’essenziale sia nello stile che nell’uso dei colori. La storia è quella di una strana pesciolina fantastica, Ponyo appunto, che fugge dal mondo fatato sottomarino in cui vive assieme a suo padre Fujimoto. Durante questa fuga incontra Sosuke, un bambino di 5 anni che abita in un piccolo porto su una casetta situata sopra una rupe, e con lui nasce una delicata e profonda amicizia.
Visto questo forte legame Ponyo desidera ardentemente avere le mani e le gambe, proprio come il suo amichetto, e così iniziano le avventure della protagonista intenta a realizzare questo sogno, cioè quello di diventare una bambina. Ma nella sua fuga dal mare la graziosa Ponyo libera inavvertitamente le potenze del mare che erano gelosamente custodite dal padre in un pozzo incantato, causando un pericoloso innalzamento del livello del mare. Come sempre in Miyazaki c’è un forte schierarsi dalla parte dell’elemento naturale, nella storia che racconta certo, ma ancor di più nelle immagini. Un continuo brulicare di insetti, di pesci, onde e altri esseri marini che si avvinghiano e trasformano incessantemente l’un l’altro, con Ponyo che le cavalca, compongono alcune delle scene, talvolta al limite del surreale, migliori del film, quasi che la vita animale e quella inorganica del mare siano un tutt’uno. Il film è un canto sincero e appassionato all’elemento marino, alla sua forza, alla sua imprevedibilità e alla luna che dell’elemento acqueo ne è l’ancella. La parte femminile, il femminino, sembra così essere uno dei punti nodali di Gake no ue no Ponyo, come se la salvezza o meglio la rinascita del mondo possa venire solo dal canto femmineo e così tutti i personaggi principali, come del resto in quasi tutti i film di Miyazaki, sono femminili o bambini.
L’uomo adulto o è assente – è il caso del padre di Sosuke sempre impegnato a navigare in mare – o risulta impacciato e non molto sicuro di ciò che fa. È il caso di Fujimoto, che nel film rappresenta per un certo periodo anche il cattivo di turno, ma è uno a la Miyazaki, molto sui generis.
È la madre di Ponyo, fantastica dea marina ingioiellata e dai lunghissimi capelli rossastri, che rappresenta

l’equilibrio, la saggezza, soprattutto dopo che le forze del mare causano un violento tifone e
un’alta marea che sommerge tutto il paese. Queste scene, con il mare e i suoi abitanti che (ri)conquistano la terra, e quindi le immagini della navigazione attraverso il paesino di Ponyo e Sosuke a bordo di un magico motoscafo-giocattolo azionato da una candela, sono tutte da vedere. Del resto, seppur in modo e per fini totalmente diversi, Miyazaki aveva già affrontato il problema del disastro ambientale e dell’innalzamento
delle acque in uno dei suoi primi lavori, Mirai shônen Konan del 1978. Certo qui è trattato con una delicata leggerezza, ma tratto e disegni semplici però non sigificano semplificazione o edulcorazione, anzi. Come lo stesso Miyazaki ha dichiarato recentemente al canale radio ufficiale dello Studio Ghibli: «penso che il livello del mare si debba alzare, così come credo che anche i terremoti debbano accadere (…) il livello del mare che si alza non è poi così strano quando lo consideriamo rispetto all’ampiezza delle ere geologiche». E ancora «le isole giapponesi furono formate dalle attività vulcaniche. Tutto si muove. Rocce, continenti, pianeti, stelle… La teoria di Gaia ci dice che la terra è come una creatura viva». Seguendo queste dichiarazioni,
Gake no ue no Ponyo è allora un mondo dove (ri)emerge la forza degli elementi primari, acqua, fuoco, vento e dove i bambini, che sono poi i protagonisti del film, devono rispettarli ma anche «cadere, bruciarsi,
farsi male (…) solo fatte queste esperienze il cervello può cominciare a funzionare bene» è ancora
Miyazaki a ricordarcelo.
La bravura del regista, qui maggiormente che in altri film, sta nell’immediatezza e nella grazia con
cui questi messaggi prendono vita in alcuni passaggi del film. Si guardi attentamente la bellissima scena
in cui Ponyo entra nella casa di Sosuke e osserva con occhi rapiti e da stupore infantile l’acqua che esce dal rubinetto, il fuoco prodotto dal fornello, e la preparazione del ramen per poi dolcemente addormentarsi.
C’è poco da filosofare o riflettere, basta lasciarsi toccare della tenerezza delle immagini, andare al cinema e magari guardare Gake no ue no Ponyo riflesso negli occhi di un bambino, omeglio, di una bambina.

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6 Comments

  1. E’ un film all’altezza di Totoro, della Città Incantata … tutto farino del sacco del sensei … e si vede! Alla fine, non puoi non far commuovere il bambino che è in te e che il maestro riesce sempre a coccolare con ogni sua opera …

  2. si, e` paragonabile ai film che tu hai citato. E` falsamente semplice, di quella semplicita` supericiale che e` piu` tagliente di tanta supposta profondita` …..

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