Tsuito no zawameki/Noisy requiem di Matsui Yoshihiko

In attesa di scrivere un` approfondita critica/deriva, forse per qualcosa di cartaceo, metto giu` qui qualche delirio scritto dopo la visione di Tsuito no zawameki (Noisy requiem) di Matsui Yoshihiko. Visto in dvd, senza dubbio e` il miglior film che ho avuto l`occasione di vedere quest`anno (anche se e` datato 1988):

L`inizio e` gia` d`autore, fermo immagine sgranata quasi un quadro impressionista che si scioglie guadagnando movimento. Il tutto accompagnato da un funereo rintocco di campane.

il protagonista vaga per una zona maledetta di Osaka ammazza un piccione. Poi una donna. Vediamo che le preleva le interiora. Tutto senza musica ma con un malato canticchiare del protagonista come sottofondo. Siamo nella sua testa. Vediamo con i suoi occhi.

C`e` un uso del bianco del cielo per realizzare molte dissolvenze soprattutto nelle scene piu` cruenti. Ed e` un bianco che viene estremizzato anche in altre scene cruciali, un chiarore che si diffonde direttamente dalle cose. Bara no soretsu

Riempire l`adorato manichino con le interiora delle vittime. Non tanto dar vita umana alla bambola ma uccidere tutto e tutti, tutto il vivente deve annientarsi e deve solo rimanere il mondo delle cose. Questo sembra suggerirci il film, in un estremo atto d`amore.

Ci sono molte inquadrature dall`alto che allargandosi in zoom out ci fanno vedere i posti prediletti dal protagonista che sembra muoversi negli anfratti e nelle zone d`ombra dimenticate. Luoghi fra due binari di ferrovie, vecchie strade dimenticate, quasi come l`isola di cemento di Ballard il protagonista abita e popola delle zone altre, eterotopie che lo portano e costringono a derivare . E` una geografia fra le cose, fra un palazzo e l`altro . Il film e` una nichilistica mappatura degli scarti, luogi , persone, il mondo che si apre fra le cose. La visione periferale del cinema.

Ognuno ha il suo feticcio, pazzo in autobus con il vibratore, il barbone il tronco a forma di pelve, il protagonista il manichino.

Centrale e` il rapporto col Fuori, con un Esteriorita`, sociale prima di tutto, esterno della vita, fuori dell`amore che diventa altro da se`. Molte delle scene si svolgono in zone interstiziali, non-luoghi di solito obliati dalla quotidianita`. Tombini, fognature, zone cariche di rottami ai bordi delle ferrovie. Queste zone limite/oblio ci permettono di passare all`esterno e di capire cio` che essendo fuori crea il nostro interno. Cosi` le scene piu` significative sono quelle riprese dall`alto quando con un lento ma inesorabile zoom out la violenza che credevamo tutta interna al protagonista, si rivela essere parte del nostro paesaggio, quello delle vetrine coi manichini, dei negozi della bigu baburu, della normalita`. E il bianco e` il colore che santifica la disperazione, la sublima o almeno cerca di farlo.

Non e` un film punk, e` considerato un film indie ma in realta` e` un opera che si staglia da tutto questo. Un indi liricamente disperato. Forte l`ascendenza di Terayama. Un film d`amore. Qui l`amore comincia dove in altri film inizia la fine. Amore che abita zone non umane. Un canto alla diversita` , eccessiva certamente, ma che deflagra con la sua lentezza e con i suoi

bianchi-disperazione il panorama cinematografico nipponico.

Update: Intervista a Matsui

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