Aruitemo aruitemo, presentazione/recensione

Eccomi, dopo un po` di assenza (fingendo che di solito ci sia  presenza) ritorno con Kore`eda.

Dopo averne parlato in un recente post, metto qui una presentazione/recensione dell`ultimo film di Hirokazu Kore’eda, Aruitemo aruitemo apparsa su Il Manifesto del 17 settembre:

Camminando, come faceva Ozu

Aruitemo aruitemo , il nuovo film di Hirokazu Kore’eda presentato al festival di Toronto, mostra lo scorrere del tempo e i suoi effetti sulle relazioni interpersonali. Una riflessione sul tempo che sfugge

MATTEO BOSCAROL
TOKYO

 

Dopo essere passato con successo a Cannes nel 2004 con il suo Dare mo shiranai (Nessuno sa) ed essersi cimentato due anni fa in un jidaigeki atipico ambientato nel diciottesimo secolo, Hana yori mo naho, il regista nipponico Hirokazu Kore’eda è approdato con il suo ultimo lavoro, Aruitemo aruitemo (Camminando ancora) ad un genere ad alta popolarità qui in Giappone, cioè il dramma familiare. Il film, che ha partecipato al Festival di Toronto appena conclusosi, non può non richiamare alla memoria almeno l’importante nome del maestro Yasujiro Ozu, visto che la storia raccontata da Kore’eda narra della visita da parte dei due figli ormai sposati, a casa degli anziani genitori, con tutte le inevitabili riflessioni sul passare del tempo e sui sogni irrealizzati che questo ritorno alle «origini» comporta. Coadiuvato da un cast di ottimi attori, il regista nipponico ha fatto la coraggiosa scelta di affrontare un soggetto tanto popolare quanto abusato, apparentemente di facile realizzazione ma proprio per questo pieno di tutte le difficoltà del caso, specialmente quella di cadere nel già fatto, di ripetere, magari anche inconsciamente, percorsi fatti da altri autori. Per evitare tutto questo Kore’eda ha dato al suo lavoro un piglio documentaristico, e qui pesa la sua formazione cinematografica cominciata proprio con la realizzazione di documentari per la televisione, usando quindi dei dialoghi «naturali» che rappresentano quasi alla perfezione ciò che di solito si sente quotidianamente nella famiglia giapponese, le piccole conversazioni o scambi di battute senza una particolare importanza che continuamente intercorrono fra figli, genitori e fratelli. Questo «rumore di fondo», brusìo della vita quotidiana, è una delle cifre stilistiche di maggior pregio del film e questo soprattutto grazie ad una grande prestazione dell’attrice Kiki Kirin, che recita qui la parte dell’anziana madre Toshiko e che riesce a mescolare sapientemente numerosi passaggi e battute comiche che compongono il «tappeto sonoro del film» ad alcuni momenti liricamente drammatici. Infatti l’occasione per questa riunione di famiglia è il quindicesimo anniversario della scomparsa del figlio maggiore Junpei, morto quando salvò un altro ragazzo che stava annegando in mare. Il film inizia così in modo classico, con l’arrivo in treno nella casa dei genitori del figlio minore Ryota, interpretato dal bravo Hiroshi Abe, accompagnato dalla sua nuova compagna e dal figlio di lei, ad aspettarli ci sono la madre e la figlia Chinami, la popolare attrice You, anche lei giunta con marito e i due bambini. Con questa scena d’apertura, ricamata dal serrato dialogare fra madre e figlia e dai i primi piani minuziosi sulle varie cibarie, Kore’eda riesce a dare allo spettatore, forse però solo quello nipponico o colui che conosce bene il quotidiano giapponese, quel senso di nostalgico ritorno a casa, di viaggio verso le origini, di casa dolce casa, il concetto di furusato insomma, che ha avuto ed ha ancora molte risonanze nella cultura nipponica. Iniziata la cena con tutta la famiglia riunita, il film prosegue con i vari personaggi che si incontrano/scontrano, come l’anziano padre, ormai medico in pensione, che evita il figlio Ryota in quanto lo ritiene un fallito e che avrebbe voluto vedere l’altro figlio tragicamente scomparso seguire le sue orme nella professione medica. Oppure Atsushi, il figlio della compagna di Ryota anche lui colpito dal lutto della morte del padre, che riesce a far breccia e ad instaurare un rapporto con il burbero padrone di casa. O ancora Ryota che prova invano a comunicare col padre e girando per la sua vecchia casa e quella che era la sua stanza, percepisce come il tempo faccia il suo corso. Una piastrella sbrecciata sul pavimento del bagno, la nuova maniglia posta accanto alla vasca, messa per agevolare i due anziani genitori. Come sempre Kore’eda è bravissimo a far recitare i bambini, non a caso a Cannes il quattordicenne Yûya Yagira di Dare mo shiranai vinse il premio come miglior attore e anche qui ci riesce ancora una volta, delicatamente, senza retorica, entrando un po’ nel loro mondo ci fa vedere con i loro occhi, ci rende partecipe dei loro silenzi, delle loro domande. Aruitemo aruitemo è un mostrare lo scorrere del tempo ed i suoi effetti sulle relazioni interpersonali, ma soprattutto è una riflessione sul tempo, il tempo che qualitativamente ci sfugge, è sempre troppo tardi o troppo presto quando si vuole fare o dire qualcosa di importante. C’è sempre qualcosa che ci è sfuggita e che avremmo voluto dire o fare assieme ai nostri cari prima che se ne andassero per sempre. Si va avanti, si cammina eppure, aruitemo aruitemo appunto in giapponese, sembra di non arrivare da nessuna parte, anche quando si ritorna nella cosiddetta casa natale, c’è solo il cammino che resta, l’andare avanti ed il passare. Caducità certo, secondo la più classica tradizione giapponese, ma che si sviluppa, come si diceva prima, su un sostrato anche fatto di piccoli eventi comici, come quello spassosissimo ed allo stesso tempo tragico del ragazzo salvato dal primogenito, che ogni anno fa visita alla casa della coppia, ingrassato, costantemente sudato, impacciato e senza un lavoro fisso. Questo impasto di leggerezza e fatalità, che ha l’impersonificazione ideale nella madre Toshiko, evita così al regista di eccedere nel lirismo o nell’inutile retorica ed è proprio per questo che forse in alcuni punti il regista non ha voluto osare un po’ di più dal punto di vista formale come fatto pregevolmente in alcuni passaggi. Nell’ossessiva inquadratura della porta d’entrata in controluce ad esempio, oppure nella bellissima scena della farfalla che lieve svolazza in casa inseguita dalla madre che la crede essere il figlio scomparso. Ma forse era volontà di Kore’eda realizzare un film non appariscente, scarno che riuscisse a cogliere le persone i loro rapporti ed il loro esile passaggio alla maniera di una passeggiata in un giardino giapponese, soffermandosi ad osservare le piccole cose e gustandone la semplicità.
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3 Comments

  1. Purtroppo non ho ancora vsto un film di questo bravo regista (grave lacuna). E’ da tempo che sto cercando di vedere Dare mo shiranai. Mi hanno detto che è un film meraviglioso, da non lasciarsi sfuggire. Leggendo la tua recensione anche questo Aruitemo aruitemo sembra un ottimo film (se poi rammenta il cinema di Ozu non posso che appassionarmi). Grazie per queste preziosissime segnalazioni. A presto!

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