Cannes 2009, Asia

Posto l`articolo che ho scritto su Alias del 9 maggio scorso:

Le tigri parlano in argot
Un forte e intenso vento asiatico soffia su Cannes 2009, più ancora che negli anni scorsi. Ben sei i film asiatici in gara (e in giuria il regista sudcoreano Lee
Chang-Dong e l’attrice taiwanese Shu Qi). Fra i nomi di spicco e più attesi il coreano Park Chan-wook, l’autore della trilogia della vendetta (Mr. Vendetta, Old Boy e Lady Vendetta) che si era un po’ perso per strada con l’ultimo I’m a Cyborg, But That’s Ok e che ritroveremo in competizione con Bak-Jwi (Thirst), storia di un sacerdote che al ritorno da una missione africana si accorge di essere stato infetto da una sorta di vampirismo, film controverso fin dagli inizi visto che il poster iniziale è stato censurato perché l’immagine
in questione, prete-sesso-strangolamento, è stata ritenuta troppo forte. Hong Kong è presente con Johnnie To e l’attesissimo Vengeance, dichiarato omaggio al cinema di Melville e al polar francese in genere, dove la rockstar e attore francese Johnny Hallyday interpreta un killer che in una Hong Kong cupa e piovosa alla Blade Runner cerca vendetta. Francia e oriente è un binomio presente anche in Visage del taiwanese Tsai Ming-liang, con Fanny Ardant, Jeanne Moreau e soprattutto di Jean-Pierre Léaud, già interprete
in molte opere di Truffaut, regista a cui il cineasta asiatico si è espressamente
ispirato per questa opera ambientata al Louvre e che racconta l’eterna variazione su Salomè (qui Laetitia Casta). L’altro taiwanese in competizione è Ang Lee, due volte vincitore a Venezia e trionfatore alla notte degli Oscar del 2006 con Brokeback Mountain, anche lui a Cannes con un film ambientato in Occidente e precisamente a Woodstock nel 1969 l’anno del celebre concerto
rock. Con Taking Woodstock, produzione americana, Lee ritorna ad affrontare il tema dell’omosessualità raccontandoci la storia vera di Elliot
Tiber, uno dei promotori del famoso festival e soprattutto le sue vicissitudini
durante la cosiddetta rivolta di Stonewall nel Greenwich Village, quando nella notte del 27 giugno ci furono i violenti scontri tra omossessuali e polizia, considerati a il simbolico punto di partenza del movimento
di liberazione gay. Nodi importanti di quel complesso di forze chiamate storia è stato affrontato anche dal cinese Lou Ye, quando a Cannes negli scorsi anni prima con Purple Butterly e poi con Summer Palace descriveva rispettivamente l’invasione giapponese di Shangai nei primi anni trenta, e la storia d’amore fra due studenti durante i grossi cambiamenti alla fine degli
anni 80 e all’inizio dei ’90, compresa Piazza Tian An Men. Proprio a causa di quest’ultimo film Lou Ye ha subito un divieto di 5 anni a girare nel suo paese ma in barba a questa censura e ai dettami del suo governo il regista cinese sarà presente in competizione con Spring Fever, realizzato segretamente nella città di Ninjin, storia di tre giovani e delle loro relazioni erotiche che, conoscendo il cineasta, molto probabilmente solleveranno se non uno scandalo almeno un buon polverone fra i moralisti.
Last but not least Brillante Mendoza rappresentante di punta di una delle cinematografie più vivaci e forse meno conosciute, quella filippina, dopo che l’anno scorso aveva impressionato il pubblico (nel bene
e nel male) con Serbis storia crudissima di «servizi» nei bassifondi
di Manila, lo ritroveremo in questa edizione con Kinatay, storia di un ragazzo che, alla ricerca di soldi per poter sposarsi, si ritrova con l’incarico di uccidere una donna. Per quanto riguarda il programma di Un certain regard sarà presente un’altro coreano, Bong Joon-ho con il thriller Mother, il tailandese Pen-Ek Ratanaruang, il suo Nang Mai è la storia di una giovane donna il cui marito è rapito da una ninfa della giungla e si preannuncia comeil
primo film horror girato dal regista di Last Life in the Universe e a sentire le sue dichiarazioni avrà dei tocchi surreali. Potrebbe essere decisamente
una bella sorpresa. Così come ci si attende molto da Kûki Ningyô (Air Doll) del giapponese Hirokazu Kore-eda, il suo precedente Aruitemo Aruitemo (Still Walking) ha giustamente ottenuto premi e riconoscimento di critica
dovunque sia passato, e con quest’ultimo lavoro il regista nipponico
sembra staccarsi dal tocco documentaristico, almeno stando alle premesse. Kûki Ningyô è tratto dall’omonimo manga di Yoshiie Go-da
e ci racconta la relazione fra una bambola gonfiabile e il suo proprietario, un commesso di un video-noleggio interpretato da quello che probabilmente è uno dei migliori attori giapponesi dell’ultima generazione, Arata, già visto in United Red Army di Wakamatsu, The Prisoner di Masao Adachi e 20th Century Boys, fra gli altri. Il talento, le atmosfere e la bravura a dirigere gli attori di Kore-eda e ancora il sex appeal dell’inorganico che la storia suggerisce ci aprono l’immaginazione alle infinite strade che il film potrebbe
prendere, attendiamo fiduciosi. Interessante notare come sono sempre di più i progetti che in qualche modo si intrecciano con l’arcipelago nipponico, produzioni e registi europei o americani che scelgono il Giappone come tema e location per i loro lavori, instaurando il più delle volte delle collaborazioni
reciproche. È il caso di Enter the Void, in competizione, del francese Gaspar Noé, discesa nel vuoto spinto della stroboscopica metropoli e nelle allucinazioni della droga, film che dalle prime immagini sembra possedere un buon grado di delirio visivo anche grazie al fatto che è ambientato nella capitale giapponese. Oppure la spagnola Isabel Coixet con Map of the Sounds of Tokyo dove ritroviamo la brava Kikuchi Rinko, ricordiamola almeno per la
sua interpretazione in Babel, nel ruolo di una spietata killer che si aggira
per il mercato del pesce di Tsukiji. Il cerchio quasi si chiude se pensiamo che nella sezione Quinzaine des réalisateurs vedremo una co-produzione Francia/Giappone, Yuki & Nina, diretto da Nobuhiro Suwa e Hippolyte Girardot, storia di Yuki e delle sue difficoltà a venire a patti con il divorzio dei due genitori, tanto più per il fatto che sono di due nazionalità diverse, padre francese e madre giapponese.

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5 Comments

  1. Sembra un ottimo festival. Speriamo di riuscire a vedere almeno quello di Ang Lee che mi sembra il film con maggiori probabilità di arrivare nei normali circuiti.

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