Tokyo International Film Festival 2009 – Report

Apparso su Il Manifesto di mercoledi 4 novembre,

di Matteo Boscarol
TOKYO
Perversioni jap, sabbie mobili filippine, caccia ai delfini
Il festival giapponese 2009, tutto il cinema asiatico
Anche quest’anno il Tokyo International Film Festival ventiduesima edizione (17-25 ottobre) si è ritagliato un dignitoso spazio di vetrina del cinema asiatico. Certo, molte delle opere erano già state viste nei festival più prestigiosi, ma è stato interessante (ri)vederle insieme per farsi un’idea di cosa sta succedendo nell’attuale cinematografia orientale. La competizione ufficiale è stata vinta dal bulgaro Kamen Kalev con Eastern Plays, storia di violenza neonazista a Sofia che si intreccia con il destino di due fratelli, uno dei quali interpretato da Christo Christov purtroppo deceduto subito dopo le riprese e a cui è stato conferito il premio come miglior attore. Di tutt’altro genere The Trotsky, premiato dal pubblico come miglior film, divertente commedia canadese dove uno studente diciassettenne è convinto di essere la reincarnazione del famoso rivoluzionario russo. Ha generato non poche polemiche l’esclusione e poi la frettolosa reintegrazione di The Cove, visto anche a Roma, documentario diretto da Louie Psihoyos sull’annuale massacro dei delfini perpetrato a Taiji in Giappone e che comunque è stato tenuto a basso profilo evitando qualsiasi tipo di dibattito. Peccato, perché anche quest’anno come nel 2008 il festival aveva una sezione ecologica (rapporto uomo-ambiente), tanto da sostituire il classico tappeto rosso con uno verde fatto di materiale riciclato. Questa enfasi per l’approccio ecologico ha fatto sì che il film di apertura del Tiff sia stato il maestoso documentario Oceans in anteprima mondiale, realizzato in quattro anni di lavoro in giro per il mondo da Jacques Cluzaud e Jacques Perrin.
20091025-livetape_mainIl festival ha offerto uno sguardo su una buona fetta del cinema asiatico, soprattutto nelle sezioni laterali come Winds of East Asia e Japanese Eyes, dedicata a opere di giovani autori giapponesi fra cui è stato premiato Live Tape, interessante documentario-esperimento realizzato in unico long take di 74 minuti, in cui il giovane regista Tetsuaki Matsue segue il musicista Kenta Maeno girovagare per le strade di Kichijoji. Nella stessa sezione To Walk Beside You (Kimi to arukou), di Yuya Ishii, già vincitore del Gran Prix al Pia Film Festival 2007, e Tochka di Hiroyuki Matsumura. Il primo ci narra della folle e paradossale fuga di uno studente delle scuole superiori e della sua insegnante trentaquattrenne dalla campagna alla città, in un’opera interessante, almeno per il suo approccio comico/surreale verso i problemi che affliggono la contemporaneità giapponese. Nel suo tono a volte farsesco il film riesce a tratteggiare in un modo molto pungente e quindi meno ovvio, l’egoismo, la falsità, la vuota formalità e la perversione che a volte caratterizzano la società nipponica. Tochka è invece un’opera agli antipodi, un film astratto e pretenzioso che racconta il misterioso incontro di un uomo e una donna su una spiaggia deserta. Il regista gioca molto sul contrasto fra le costruzioni cubiche (Tochka) che sono sparse vicino al mare e la desolazione orizzontale del mare. Forse troppo carico di simboli e con delle cadute inevitabili, può contare però sull’interpretazione del bravo Shun Sugata, soprattutto nella lunga e drammatica scena finale, 15 minuti di inquadratura fissa in una semioscurità al digitale (il film è girato in Dvcam). Non per tutti i palati, ma sicuramente da lodare per il coraggio.
Al Tiff, come è successo negli ultimi anni nei maggiori festival internazionali, abbiamo anche assistito ad una sorta di «riscoperta» o rinnovato interesse per il cinema filippino. Se a Venezia Engkwentro di Pepe Diokno ha vinto il premio come miglior opera esordiente e a Cannes Brillante Mendoza ha lottato fino all’ultimo per la Palma d’Oro, al Tiff si è potuto vedere in competizione ed in anteprima mondiale Manila Skies di Raymond Red, uno dei pionieri del cinema filippino degli Ottanta, qui al suo esordio dopo ben 13 anni, viaggio di speranza e di affrancamento di un bambino (e poi uomo) dalle campagne alla città per cercare di sfuggire alla miseria ed al proprio destino. Red ci mostra l’inanità di qualsiasi movimento di ribellione nelle moderne Filippine, le sabbie mobili di una società imprigionata in un cul de sac da cui sembra quasi impossibile liberarsi se non avverrà prima un cambiamento a livello personale. Un destino che per stessa ammissione del regista, caratterizza anche il moderno cinema del suo paese, sempre sul punto di emergere ma continuamente riportato indietro in un maledetto girare a vuoto. Nel film ha una piccola parte anche Lav Diaz, già vincitore della sezione Orizzonti a Venezia nel 2008 con le otto ore amate/odiate di Melancholia. Lo stesso Diaz era presente al Tiff con un’opera di 40 minuti, Butterflies Have No Memories, compreso nel Jeonju Digital Project 2009: Visitors, 3 episodi firmati, in digitale, da altrettanti autori. E chi meglio di lui che in un’intervista ha definito «il digitale una teologia della liberazione», per valorizzare questo progetto? Nel bianco e nero crepuscolare/aurorale dei lunghi piani fissi del film, Diaz ci racconta la vita di alcune persone rimaste senza lavoro dopo che la compagnia canadese (storia vera) che la gestiva ha deciso di chiudere una miniera. Anche qui ritroviamo la stessa illusoria speranza poi negata. 154

Assieme a Diaz in questo interessante progetto c’erano anche il coreano Hong Sang Soo e la giapponese Naomi Kawase con Koma, già vincitrice di un Gran Prix a Cannes, dimostra ancora una volta di possedere un tocco speciale nel raccontare la storia di un uomo e di una donna e delle rispettive famiglie intrecciarsi con lo spirito naturale e le presenze ancestrali del luogo, un remoto villaggio di montagna.

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