Intervista a Yoshihiko Matsui

Pubblico qui l`intervista con Yoshihiko Matsui apparsa su Alias (Il Manifesto) del 3 gennaio scorso.

L`arte va oltre tutti i tabu`

(Kyoto) Matteo Boscarol Aiuto regista di alcuni dei primi film di Sogo Ishii e soprattutto membro di quel gruppo di persone che gravitava attorno a Shuji Terayama, Yoshihiko Matsui rimane a tutt’oggi uno degli autori cinematografici nipponici meno conosciuti, anche a causa della difficile reperibilità dei suoi film, peraltro solo quattro lungometraggi realizzati in 30 anni. Nel suo esordio Sabita Akikan (Empty Rusty Can) del 1979 Matsui affronta con uno stile che potremmo definire carnale, un particolare triangolo amoroso omossessuale fra tre giovani studenti. Segue due anni dopo Tonkei shinju (Pig-Chicken-Suicide) delirio surrealista molto vicino alle sperimentazioni visive di Terayama, un’opera che scava nel rimosso della società, dallo squartamento dei maiali ed alla violenza sacrificale correlata, ai desideri più lerci e bassi che abitano il cosiddetto “essere umano”. Ma è forse con Tsuito no zawameki (The Noisy Requiem) nel 1986 che Matsui tocca il suo apice artistico, un’opera che come la precedente sonda ciò che la civiltà tende ad accantonare, ma questa volta creando un linguaggio cinematografico vischioso, avvolgente e così personale da far gridare al capolavoro. Incesto, feticismo e necrofagia riescono, in una sorta di percorso alchemico della disperazione, a trovare la loro ragion d’essere e quasi il loro naturale compimento. Un film che fa malissimo, un pugno nello stomaco girato in un bianco e nero da brividi che ci porta per mano nei sotterranei della società e ai limiti dell’umano, in quella zona dove quest’ultima parola perde ogni significato e valore. Proprio la forza di The Noisy Requiem, il suo impatto sconvolgente verso coloro che lo videro nei vari cinema d’essai che lo proiettarono, ha creato un cortocircuito nella carriera artistica di Matsui. Infatti, avendo osato troppo il regista sarà “costretto” a restare lontano dal set per più di venti anni, silenzio che è stato rotto solamente nel 2007 grazie all’uscita del suo ultimo film, Doko ni iku no? (Where are we going?) , un’amore fra due personaggi sempre in fieri, una new half (una transessuale ) e un ragazzo con tendenze omossessuali che non si riesce ad adattarsi alla società in cui vive. Al momento Matsui sta lavorando al suo nuovo progetto, un film che dovrebbe riportarlo definitivamente sulla scena cinematografica nipponica. L’ho incontrato a Kyoto dove si è gentilmente concesso per una conversazione, diversamente dai toni dei suoi film, si è rivalato molto scherzoso e colloquiale.

Più di vent’anni separano il suo ultimo film, Where are we going? dal precedente, The Noisy requiem. Ci può dire come ha passato tutti questi anni?

Quando uscì nei cinema The Noisy Requiem si rivelò fortunatamente un successo e quindi sucessivamente al film mi furono offerti molti progetti da diverse case di produzione. Putroppo però tutti questi nuovi possibili lavori si basavano solo sulla violenza e progetti che si limitano a mostrare scene sanguinarie o cruente non mi sono mai interessati. La base di tutti i miei lavori è invece un interesse per le vite che in sé portano l’amore in tutte le sue forme, seguire il percorso che questo sentimento fa, talvolta anche intensificandosi e trasformandosi in violenza. Provare a descrivere questo processo è quello che ho tentato di fare in The Noisy Requiem, solo in questo senso si può parlare dei miei film come di opere cruente. La violenza non mi piace e non sono un regista violento, sono interessato all’amore. Fino a The Noisy Requiem nei miei tre film ho provato a descrivere questo percorso d’amore così dopo avrei voluto realizzare qualcosa di diverso, un lavoro che raccontasse la vita quotidiana di una coppia di anziani a Tokyo o a Kyoto, ma, come già detto, ciò che mi veniva offerto era di tutt’altro genere. In realtà la mia vita cinematografica non è cessata, ho continuato a scrivere quasi ogni giorno nuove sceneggiature….

Ne ha scritte molte allora…

Sì, ben sei! Però a nessuno interessavano e così sono passati vent’anni (ride)

Anche all’estero la sua fama è in qualche modo legata alla violenza che effettivamente si vede nelle sue opere.

Del resto anche quando The Noisy Requiem fu pubblicizzato, nelle locandine veniva sottolineato e messo in evidenza l’aspetto più truce del film, ho litigato parecchie volte con i promotori proprio per questo motivo…

Avendo avuto l’occasione di vedere tutte le sue quattro opere, ho notato che due temi/stilemi vi ricorrono spesso, l’amore e la bellezza. Certo i sentimenti e le sensazioni che Lei descrive nei suoi film, se visti da parte della società, sono scandalosamente fuorilegge, si affermano e si realizzano quasi tutti oltrepassando i tabù della nostra civiltà.

Quando si realizza un’opera, sia essa cinematografica o meno, sarebbe sempre meglio non avere alcun tabù, in modo onesto e sinceri con sé stessi si dovrebbe cercare di esprimere la propria poetica. Naturalmente anch’io vivendo la realtà di ogni giorno tengo in considerazione i tabù della nostra civiltà e li rispetto, ma l’opera d’arte è un’altra cosa ed è inevitabile e giusto che sia l’espressione di ciò che pensiamo o sentiamo. Per esempio che tu nei miei film veda amore ed allo stesso tempo ci sia violenza, cioè che questi opposti possano convivere in un’opera d’arte ci permette di intravedere la verità. Se ci si mette a pensare “questo non va fatto, quest’altro non si può” allora, come regista, non si riuscirà mai a realizzare ciò che si era prefissi in partenza e, per quel che mi riuguarda, non ho mai fatto un film in questo modo. In The Noisy Requiem si descrivono, fra le altre cose, l’amore verso un manichino, il rapporto fra due nani e quello incestuoso fra fratello e sorella. Tutto questo se visto dal punto di vista della contemporaneità in cui viviamo è senza ombra di dubbio perversione. Ma il protagonista ama profondamente il manichino, il suo scopo nella vita è renderla felice, le compra i vestiti, fanno l’amore, allo stesso tempo fa molta fatica a vivere ed adattarsi al mondo ed agli altri. Per procurarle i vestiti uccide e poi ruba alle sue vittime infrangendo così molte delle regole sociali, lo fa però per un eccesso di amore, perchè adora alla follia il suo manichino. Proprio qui, non mi si fraintenda, in questo far di tutto per la cosa che si ama, io percepisco una sorta di bellezza, che nel mondo ci siano persone che vivono amando in un modo tanto profondo è per me motivo di inquietudine e di riflessione.

Nel 1986 Noisy requiem e poi nel 2007 Where are we going? Ci racconta come è nato quest’ultimo lavoro?

Il proprietario di un piccolo cinema qui a Kyoto, un mio amico, quando fu costretto a chiudere l’attività, decise di costituirne una nuova fondando una compagnia di distribuzione di DVD. Le cose gli sono andate bene e così mi propose di mettere finalmente su dvd il mio film più famoso, The Noisy Requiem, in tutta questa operazione fu così gentile da mettermi a disposizione 10 milioni di yen per un eventuale nuovo lavoro, “fai quello che vuoi” mi disse. Per un regista sentirsi dire queste parole è sempre bello!

Allora ha ripreso le sceneggiature che aveva scritto durante la lunga “assenza”?

No, in realtà per mettere su pellicola una delle idee che ho scritto in tutti questi anni, 10 milioni di yen non sono purtroppo sufficienti. Decisi allora di scriverne una completamente nuova, la buttai giù in un mese, certo avrei voluto avere più tempo, comunque penso che sia venuto fuori qualcosa di positivo. All’inizio ero un po’ preoccupato, venti anni lontano dl set non sono pochi, ma poi quando abbiamo cominciato a cercare le location e a fare i primi meeting, ho acquistato fiducia. Ad un certo punto pero` l’aiuto regista ed io ci siamo resi conto che la sceneggiatura era troppo lunga e che il budget a disposizione non sarebbe bastato, abbiamo dovuto così tagliare una quarantina di scene ed eliminare un personaggio dallo script iniziale. È stata ad ogni modo una bella sfida, fino al film precedente avevo sempre fatto film con i miei soldi, giravo delle scene e quando finivano i soldi ne cercavo altri e poi tornavo a girare. Per Where are we going? è stato diverso quindi, una specie di ripartenza per me, una sfida. Le riprese sono durate solo due settimane, in tutto un mese scarso! (ride)

In questo lungo “intervallo” il suo modo di fare cinema, il suo approccio alla settima arte è in qualche modo cambiato?

Fondamentalmente direi di no, il punto di partenza, quello da cui traggo ispirazione di solito proviene dall’ambito pittorico, un’arte che amo molto. Ad esempio l’idea per il mio film d’esordio mi fu data da un disegno che Shuiji Terayama fece sul mio taccuino e quella per The Noisy Requiem da un opera di Francis Bacon e da un dipinto Mark Chagall. Anzi se fossi riuscito a racimolare più soldi mi sarebbe piaciuto far volare fratello e sorellina [due dei protagonisti del film, ndr] nel cielo come i due innamorati nel quadro del pittore bielorusso. Partendo da questa ispirazione visiva poi procedo a lavorare alla storia ed alla stesura della sceneggiatura che successivamente durante le riprese vere e proprie rimane comunque un libro aperto, sempre modificabile. Per questo motivo c’è un continuo confronto con tutti i miei collaboratori, in fin dei conti non è meglio usare il cervello di più persone al posto di uno solo? (ride)

Sta lavorando a qualche altro progetto al momento?

Si, la sceneggiatura è già pronta, adesso insieme al mio staff stiamo cercando le location adatte, crisi economica permettendo, dovremmo cominciare a girare l’anno prossimo, scusami ma non posso rivelare di più.

C`e` qualche regista che ammira in particolare?

Ce ne sono tanti, Akira Kurosawa, Mizoguchi, Fellini, Pasolini, De Sica, Kubrick, Ozu, Oshima e tanti altri….qualsiasi regista sia capace di lasciarmi qualcosa dentro è per me da ammirare. Ricordo ancora quando studente delle scuole medie andai a Osaka per vedere Den’en ni Shisu (Pastoral Hide and Seek) di Shuji Terayama, mi colpì moltissimo anche se non ci capii un granchè (ride). Decisi allora di scrivere una lettera al regista dove dicevo, parole testuali “smettila di fare dei film dove non si capisce niente!” (ride) Dopo un po’ di tempo però ad una proiezione a cui era presente lo stesso Terayama mi avvicinai e decisi di chiedergli scusa per la lettera. Ma lui mi sorprese dicendomi che non c’era bisogno di farlo perchè quando un sentimento è sincero non c’è bisogno di scusarsi. Terayama non sopportava i bugiardi anche se lui era uno di prima classe! (ride). Così è cominciata la nostra frequentazione, Terayama assieme ad Oshima è forse l’unico autore verso cui nutro un profondo rispetto.

Ci racconti un po’ di Oshima

Ricordo ancora quando partecipando al Pia Film Festival nel 1979 con Rusty Empty Can ricevetti una menzione speciale e Oshima, che era nella commissione giudicante, si complimentò con me. Questo mi diede un’enorme fiducia e mi spinse ad intraprendere il mio percorso artistico. Come regista devo molto a Oshima. Purtroppo il mio rammarico e che né Terayama né Oshima sono riusciti a vedere il mio The Noisy Requiem.

Una curiosità, è vero che le piace visitare le tombe dei grandi registi?

Si, pensa che sono andato a quella di Fellini durante il mio viaggio in Italia….guarda (estrae dal portafoglio una foglia secca) questa è una foglia che ho raccolto vicino alla tomba di Fellini e questa (ne estrae altre) quando sono andato in visita a quella di Mizoguchi e quest’altra in Russia, quando ho partecipato al Festival di Mosca con il mio Where are we going?, l’ho raccolta in prossimità della tomba di Einsenstein. Ogni volta che mi sento un po’ giù, apro il portafoglio e guardarle pensando ai grandi autori mi dà nuova fiducia e mi spinge ad andare avanti.

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