Confessions of a Dog/Pochi no kokuhaku

Posto il pezzo uscito sabato 27 marzo su Alias (rubrica Estremo Oriente)

Confessions of a Dog/Pochi no kokuhaku

“Ci sono due cose intoccabili in Giappone, l`Imperatore e la polizia” ed e` proprio quest`ultima l`oggetto, il bersaglio di un film spietato come Pochi no kokuhaku (Confessions of a Dog) diretto da Takahashi Gen nel 2006, ma distribuito, peraltro in maniera molto marginale, solo all`inizio del 2009. Non poteva essere altrimenti in un paese, il Giappone, dove la polizia e`, al di la` dei meriti e demeriti, davvero un gruppo di intoccabili, che gode di una popolarita`oltre che nazionale anche locale, sul territorio, cosi` ampia che raramente viene messa in discussione. Le tre ore del film ci raccontano la storia di Takeda (Sugata Shun) un normale polizziotto, la sua entrata in un nuovo dipartimento e il suo lento ma inesorabile diventare parte del sistema di corruzioni, abusi e violenze che permette al sistema-polizia di tirare avanti. Ingranaggio necessario affinche` questo meccanismo perverso funzioni perfettamente senza intoppi e` la relazione con i media ed uno degli aspetti piu` indovinati del film e` proprio l`impietosa descrizione dei giornalisti, descritti come cagnolini obbedienti che aspettano le notizie manipolate dalla polizia da offrire ai lettori.
La prima parte del film comincia con un tono da documentario, da Koban (la stazione di polizia di quartiere) della porta accanto, semplice scarno, molto realista nelle sue descrizioni e per questo piu` efficace, piastrelle, interni di appartamenti vecchi, uffici al neon, anti-spettacolare insomma, la corruzione non e` fatta di grandi colpi di scena, improvvise rivelazioni, anomalie del sistema, ma e` il sistema, parte dal basso e` “democratica”. Bellissima a questo proposito la storia di come una giovane recluta venga iniziata alla violenza ed alla “mazzetta”, sfogando l`odio represso contro i suoi ex-compagni di scuola che al tempo del liceo lo prendevano in giro. L`odio generato dalla societa`, in questo caso un sistema scolastico triturante, viene usato dalla stessa societa` per costruire la spina dorsale, l`anima della polizia, questo sembra suggerirci, fra le altre cose, Confessions of a Dog. Nei 195 minuti del film il regista si sbizzarisce anche con alcune declinazioni stilistiche azzeccate, dall` uso di diversi filtri colorati, alle pochissime scene d`azione girate con maestria, fino al buio che scende sullo schermo per quasi due minuti, quando in un bar c`e` un black out.
Se ad una prima visione il film ci si rivela come una critica del sistema-polizia, un`analisi piu` attenta pero` ci suggerisce come sia una spietata discesa nel processo di formazione dell`individuo giapponese (i campi di forza della “norma”), i contatti familiari ridotti al minimo, uno stritolante senso del dovere verso il lavoro e un esercizio del potere che parte e si intensifica fin dai rapporti iterpersonali. Da documentario antropologico la scena che ci mostra il capo del dipartimento a tavola fra una birra ed un`altra chiedere al suo collaboratore prediletto che non puo` rifiutare, di sposare sua figlia.
Film scomodissimo e complesso, che naturalmente non vuole generalizzare, ma che vuole portare a galla una situazione per lo piu` ignorata, come dichiara uno dei protagonisti durante il film “Probabilmente succede la stessa cosa anche negli altri paesi, la differenza e` che i giapponesi non sanno chi tiene le catene legate al loro collo” .

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