Satoshi Kon R.I.P.

Colto di sorpresa per la scomparsa di Satoshi Kon, non si sa che dire. Addolorati per la persona e per i suoi cari, cerchiamo almeno di ricordarne la grandezza come artista. Mi permetto di postare qui il mio saggio uscito nel volume a lui dedicato (leggermente modificato):

Paprika o della piega infinita

“Sogno di sognare

sogno di sognare di sognare

o penso di sognare

e a volte penso di sognare

mentre sto pensando che sogno”

Fernando Arrabal

“La piega infinita separa o passa fra la materia e l`anima,

la facciata e la stanza chiusa, l`esterno e l`interno”

Gilles Deleuze

Cercare di seguire un preciso filo conduttore narrativo in “Paprika” (id., 2006) è un tentativo votato al fallimento, anche se l`impianto sembrerebbe quello del mistery e alla fine il colpevole, o presunto tale, viene svelato.


Impossibile raccontare tutti i vari percorsi narrativi che il film ci offre, siamo di fronte ad un opera che tende a mischiare le carte e a confondere, che gioca ad innalzamenti di complessita`. Si parte da una situazione che sembrerebbe normale dove sogno e realta` quotidiana sono ben distinti, per poi far esplodere il tessuto narrativo e visivo in un rutilante fiorire di immagini e simboli. Un processo simile che in letteratura ha uno degli esempi piu` clamorosi nel capolavoro di Tomas Pynchon, “L`Arcobaleno di Gravita`”. Sara` forse un paragone esagerato ma Kon ci sembra essere uno dei registi piu` pynchoniani in circolazione, il gusto per la complessita` , per lo psichedelico (inteso qui nel senso letterale di manifestazione dell`anima, della psiche), per la tecnologia, per l`abbattimento o meglio l`ibridazione dei generi ed infine per una sana dose di comicita` lo avvicina molto al grande recluso americano. Del resto molte di queste tematiche sono presenti, a volte con una verve surreale e a volte con un sarcasmo cattivissimo, anche nell`opera di Yasutaka Tsutsui dal cui omonimo libro “Paprika”` è tratto.

Proviamo a figurarci “Paprika” come un grande prato, un rigoglioso tappeto di fiori multicolori (leggi: temi ricorrenti). Cio` che si cerchera` di fare in questo scritto allora sara` cercare di coglierne solamente i piu` belli ed i piu` significativi e trovare la loro risonanza.

Bambole, balocchi e luna park

Gia` dalla prima scena siamo introdotti in un mondo che è circo onirico, un pagliaccio che esce da una piccolissima automobile e ci presenta lo spettacolo della serata, il cui protagonista è il detective Konakawa. Un cambio di prospettiva pero` ci rivela come tutte le persone del pubblico siano lo stesso investigatore, ogni persona infatti ha la faccia del baffuto poliziotto. Siamo cosi` subito catapultati in un reale (anche se di sogno) che è gioco, finzione dove Konakawa rimette in scena situazioni del suo passato, siano esse realmente accadute oppure solamente volute, sperate o immaginate ma tutte comunque filtrate attraverso la sua passione segreta, il cinema.

Una deriva di doppi quindi, ma piu` che di doppelgänger si dovrebbe parlare di proliferazioni di soggettivita`. Non sono lati della personalita` ma sono soggettivita` diverse che si muovono e attraversano l`interno dell`individuo, spazio interiore/esteriore che è circo, metamorfosi, specchio e “ l`intero film”come acutamente fa notare Steven Shaviro “sembra avere come tema principale l`abbattimento delle soggettivita` convenzionali”

Questa deriva dei soggetti ha visivamente il suo corrispettivo nelle splendide e quasi iperrealiste descrizioni di luoghi simbolici come il Luna Park o l`appartamento di Himuro, l`assistente di Tokita. è questo uno dei luoghi piu` belli del film, un universo baroccamente strapieno di cose e di oggetti piu` vivi della vita stessa, una natura morta del terzo millennio, bambole di ogni tipo, robot innestati e mischiati con fotografie, giocattoli, balocchi e tecnologia uniti in un delirio di luci e di ombre che ne fanno una delle scene piu` dense di “Paprika”. Una stanza immaginale dove tutto cio` che forma l`esterno del nostro interno sembra essere fissato, un background di fantasie pop, desideri e fantasie preadolescenziali, un sogno che ci precede e che ci supera. Il Sogno della plastica.

Questo straripante e barocco accostamento di oggetti piu` disparati non puo` non suggerirci un altro geniale film d`animazione nipponico come “Tekkon Kinkreet” (Tekkon Kinkurīto, 2006). Lungometraggio realizzato dallo Studio 4°C e diretto da Micheal Arias, ha forse uno stile che si colloca ad anni luce di distanza da quello di “Paprika”, ma un certo gusto per l`ammassamento visivo, per il sovrapporsi di stili e di oggetti, nonchè una visionarieta` che ha il suo apice nel delirio finale, lo accomuna al nostro.

Tornando all`apartamento di Himuro e proprio qui che compare spettralmente una tipica bambola giapponese che invita Atsuko a seguirla attraverso una botola in un Luna Park deserto. Anche questo Locus Solus è realizzato con minuzia di particolari, immerso in un`atmosfera tesa ma solare, sembra quasi che a causa dell`eccesso di nitidezza il reale stia per scoppiare da un momento all`altro, cosa che poi avviene. è una sensazione che si ha per tutta la durata del film, tanto piu` le scene sono rese in modo fortemente realistico quanto piu` la visione è allucinatoria e simbolica, come quando la dottoressa si riflette in una serie di specchi moltiplicandosi all`infinito.

Ma è il Luna Park stesso ad essere un un punto nodale dell`immaginario della modernita` e ancor di piu` in Giappone dove tutto sembra essere trasformato in sala gioco o parco a tema. Nel Luna Park deserto, con i suoi silenzi, le sue giostre che girano a vuoto Kon riesce a trasmetterci la valenza simbolica e plurima del posto. Luogo di divertimento e di infinita tristezza in quanto gioia forzata ma allo stesso tempo quasi riflessione visiva sulle potenzialita` profetiche dell`artificiale e del balocco come sembra suggerirci Benjamin “I lunapark sono una prefigurazione di futuri sanatori. Il brivido di un’autentica esperienza cosmica non è legato a quel minuscolo frammento del mondo naturale che noi siamo abituati a chiamare natura” Proprio la scena del Luna Park ha il suo apice narrativo quando ricompare la bambola, giocattolo questo che si trovano ammassate nell`appartamento di Himuro ma che compaiono ossessivamente anche nella sfilata di cui sono uno degli elementi visivi piu` forti. Cosi` come in “Ghost in the Shell 2: Innocence ( Inosensu, 2004) di Mamoru Oshii, solo per portare l`esempio piu` eclatante, la bambola è un elemento simbolico che compare in molta animazione e anche sottocultura pop-otaku, si pensi ad esempio a tutte le ossessioni e pratiche estreme di agalmatofilia legate al fetish nipponico. Freud che Kon dice di aver letto ampliamente e che lo stesso Yasutaka Tsutsui indica come uno dei suoi ispiratori, ha dedicato un suo saggio al concetto del perturbante “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». E che cosa ci è massimamente vicino ma allo stesso tempo massimamente estraneo se non la bambola? è cio` che è fatto a nostra immagine e somiglianza eppure porta in sè un elemento alieno che si riflette pero` anche dentro di noi. In “Paprika” ogni qualvolta viene mostrata una bambola, questa antica e profonda sensazione di disagio torna a ripresentarsi con immutata freschezza.

La sfilata

Il montaggio, di cui Kon è un maestro, la musica cosi` lievemente pop di Hirasawa Susumu ed i vividi colori danno a “Paprika” una peculiare qualita` che potremmo definire giocosita` fluida. La protagonista, sorridente e sbarazzina, nei titoli di testa attraversa la strada dopo aver cristallizzato tutto e tutti come in un istante sospeso. O ancora fugge a due ragazzi che la importunano “saltando” dentro la maglietta di un passante. è un saltellare, un andar leggero e spensierato, come un ragno d`acqua6 che “pattina” sulla superficie della realta`. è questa una cifra stilistica del regista nipponico fin dagli inizi con “Perfect Blue” (id., 1997), la capacita` di toccare cinematograficamente il reale per farlo diventare fluido, quasi a volerne rilasciarne le potenzialita` di metamorfosi e di deriva. L`apice di questo sentire fluido in “Paprika” è senza dubbio la scena della sfilata, elemento che non compariva originariamente nel romanzo di Tsutsui ed è lo stesso Kon ha ricordarcene l`importanza in un intervista. “La sfilata è un qualcosa che mi sono inventato io stesso. è uno dei motivi [del film] piu` importanti per me e non era presente nella storia originale. […] è anche interessante dove stia andando la sfilata – straripa nella realta`. Comincia nel deserto, il punto piu` lontano dalla civilizzazione, continua attraverso la giungla e poi sopra un ponte per intrufolarsi alla fine nella realta`.” Salta subito agli occhi un paragone con un altra sfilata, una delle scene piu` belle della cinematografia, non solo d`animazione, contemporanea, stiamo parlando ancora una volta di “Innocence” di Mamoru Oshii ed in particolare la celebre scena della festa. Bambini mascherati, persone, cyborg, cani, danzatori, robot, androidi e forse nuove divinita` sono graficamente definiti, marcati, c`è una commistione fra le maschere dei danzatori, la ieraticita` dei movimenti e la stupenda musica di Kenji Kawai. Una zona di indecidibilita` fra umano, divino e artificiale che ne fa una delle scene dell`animazione piu` allegoricamente criptiche e di impatto. Nella sfilata di “Paprika” invece tutto è piu` fluido, flessibile, gli oggetti sono tutti curvati come spinti da un vento allucinatorio, sono ammassati e ripiegati gli uni sugli altri, accompagnati da “una sorta di felice e cacofono tecnopop che ci suggerisce la gioia di lasciarci semplicemente andare e di venir trasformati in un cartone animato” C`è meno severita` nello stile e tutto sembra essere inglobato in una eccessiva deriva schizofrenica, ma anche qui si crea una zona di indiscernibilita` , quasi non si riescono a percepire gli oggetti nella loro singolarita`, ne percepiamo forse solo l`onda che li attraversa e li (s)compone. Ma che cosa forma praticamente questo ammasso di oggetti vivi? Una banda di rane meccaniche, frigoriferi e televisori, bambole e statue di divinita` o di spiriti giapponesi, robottoni, oche giocattolo, una Statua della Liberta`, un portale shinto, una fila di ombrelli colorati, un Godzilla e su tutto una “pioggerellina” di coriandoli e biglietti multicolori. Una collisione festosa di tutto cio` che rappresenta e compone il Giappone contemporaneo, un punto di osservazione utilissimo anche per comprenderne le sue aree piu` creative, dove la creazione è spesso qualcosa che si origina da un caos gioioso. L`immaginario pop si innesta e si mischia con le varie tradizioni e ne sboccia qualcosa che alla fine, in un movimento da nastro di Moebius, deborda fuori dai film, dai manga per ritornare all`esterno e modellare la realta`stessa. è la piega infinita.

La piega

Al di la` dell`intreccio narrativo, uno dei movimenti principali del film è quello di disvelare cio` che è nascosto, di far venire a galla. Guidato dall`eroina del suo film, anzi dalla coppia di eroine, Kon emerge sulla superficie del cinema, come l`Alice citata da Deleuze , muovendosi in un mondo che è tutto superficie. I vari sogni che nel corso del film si aprono e si chiudono sono spazi creati dalle increspature della superficie, un sogno barocco quindi, sotto il segno della piega. Non è un caso che i vari passaggi da uno stato all`altro avvengano per sollevamento di drappi, elemento barocco per ecellenza o, come in una delle scene di massima importanza del film, per sfondamento di membrana. Ci riferiamo alla scena in cui Konaka irrompe nella camera delle farfalle dove Paprika è tenuta prigioniera, oltrepassando e lacerando lo schermo cinematografico. Siamo sempre in presenza di tele, di drappi e soprattutto di pieghe, anche quando assistiamo alla metamorfosi di Paprika-farfalla che aprendosi come crisalide onirica fa “nascere” la dottoressa Atsuko, il tutto avviene come per spogliazione, per caduta delle vesti, è come se un sipario si aprisse.

è cosi fin dalle prime scene dove troviamo Konaka intrappolato in una gabbia al centro di un circo, per uscirne dovra` passare attraverso un buco dove è un tappeto che sprofonda per rivelare l`abisso). Ogni passaggio è caratterizzato da un disvelamento, un togliere drappi, aprire tende e lo possiamo vediamo chiaramente nella scena in cui Konaka si ritrova a inseguire un ladro nel corridoio di un hotel. Questa visione/sogno del detective, chiara reminescienza kubrikiana, si ripete per tutto il film ed è la sua ossessione, il pavimento, le pareti ed il soffitto insomma tutta la realta` si liquefa`, si accartoccia e si piega come un tessuto, un telo da togliere per vedere cosa resta della realta` dopo questo svestimento. Questo continuo saltare da un piano ad un altro, questo continuo ripiegarsi del tessuto del reale ci rende meno individui, le cose indeboliscono i propri contorni, la piega barocca delle cose ci raggiunge aprendoci, “dove comincia la nostra persona, dove comincia quella altrui? Siamo troppo mescolati gli uni agli altri per poter pronunciare una sola parola davvero personale” Questa flessibilita` , questo ripiegarsi in mille e piu` mondi ha necessariamente uno dei suoi referenti principali nel mondo del cinema e in senso lato in quel retroterra pop che costituisce e crea continuamente la realta`. Quando le pieghe si aprono, si realizza uno stato di compresenza, il biografico e l`immaginario, il collettivo e il personale si esplicano in “Paprika” come gli infiniti disegni di un arazzo che prima erano apparentemente separati dalle inflessioni del tessuto. Le varie forme che la protagonista assume nel corso del film, da Campanellino a Goko la scimmia che vola sulla nuvoletta, dalla sfinge edipica alla sirenetta, fino al Pinoccho intrappolato dentro la balena, non sono usati solo per soddisfare un gusto citazionista post-moderno. Ma sono anche una sorta di pietre miliari con cui ci orientiamo e seguendo le quali possiamo risalire alla composizione della realta` e anche della verita` che, come dichiara l`amico di Konakawa nelle ultime battute del film, “nasce dalla finzione”.

Caosmos

In quasi tutte le opere di Kon siamo in presenza di un mondo multiplo, ci sono dei momenti in cui lo spettatore ha compresenti davanti ai suoi occhi, sia visivamente che narrativamente, diversi possibili, è quasi uno stato di confusione in cui inevitabilemnte ci si chiede “che sta succedendo?”

Ma è un caos positivo e gioioso che non esclude ma afferma, un caosmos. Succede cosi` nella gia` citata stanza di Himuro dove i particolari da osservare sono sempre troppi, ma anche nell`oscillare mercuriale e sempre piu` indefinito fra lo stato di veglia e quello di sogno che crea un vero e proprio caos narrativo. E l`impatto è tanto piu` forte quanto la scena è ben definita e realistica , ad esempio quando nella prima parte del film la dottoressa Atsuko rispecchiandosi in una vetrata si vede Paprika. Questo modo di aggrovogliare la matassa narrativa, oltre a essere uno stile, è un operazione estetica portata agli estremi e cioè una posizione etica volta ad esorcizzare la volonta` monomaniaca di dominio. E` il presidente del laboratorio Seijiro Inui che in “Paprika” rappresenta questa posizione, alla fine è il colpevole, colui che voleva ottenere il controlo totale del mondo dei sogni, di tutti i sogni di tutte le persone. A prima vista cosi` saggio e moderato dalla sua persona sempre circondata dal verde di una serra, vengono le parole di piu` “buon senso” volte a riportare la situazione al “naturale”, rifiutando la tecnologia come qualcosa che si vuole sostituire al potere divino. Questo punto merita una riflessione perchè ci dice che affrontare le tecnologie ed i problemi che essa rivela rifacendosi ai vecchi parametri di pensiero, non porta da nessuna parte. Un discorso sulle tecnologie che riconduca il tutto ad un ordine naturale in un ipotetico passato paradisiaco è ipocrita e subdolamente deleterio. Nuovi problemi richiedono nuove soluzioni e approcci diversi, la giocosita` della sfilata, del circo, del luna park contro la seriosita` moralista del capo e Osanai. Ma è una leggerezza che richiede una forte responsabilizzazione personale ed il percorso di Tokita nel film è proprio di questo tipo. Alla fine, anche guidato dai sentimenti nei confronti della dottoressa Atsuko, riesce a raggiungere una certa maturita` e a rendersi conto delle implicazioni sociali del suo essere genio.

Tornando alla figura del presidente, possiamo dire che alla concentrazione di tutto il potere in un unico essere o persona, a questo delirio di onnipotenza e di controllo si contrappone lo stile di “Paprika” . Un esplosione centrifuga di tutti i sogni e di tutti i desideri accompagna le scene surreali in cui la sfilata arrivando in citta` si fonde con la realta` stessa. Un saturnalia della psiche dove succede di tutto, ognuno perdendo la propia fissita` si liquefa` unendosi delirante alla sfilata. Gli schermi giganti lanciano messaggi senza senso, le persone si tramutano, chi in strumento musicale, chi in bambola, chi in telefonino realizzando cosi` le proprie ossessioni piu` profonde. è un matsuri, un festival che è quindi anche un caos rigenerativo, il tempo che è andato fuori dai propri cardini, quasi un tredicesimo mese dell`anno.

E il processo di creazione cinematografica ricalca in qualche modo questo modello di caosmos, infatti lo stesso Kon ha in piu` interviste insistito sul fatto che i film che dirige non sono solamente suoi, ma frutto di un lavoro di un gruppo di cui lui non è il vertice ma semplicemente la persona piu` in vista.

Mondo Nascosto, Mondo Svelato

Nelle scene finali del film il presidente Seijiro Inui, tramutandosi in un gigante apre un buco nella realta`, un passaggio che mette in comunicazione due mondi apparentemente separati, luce ed ombra, sogni e realta` . Mondo Nascosto e Mondo Disvelato secondo un` antica mitologia shintoista, il nascondersi e il venire alla luce, un doppio movimento che attraversa tutto il film.

Kakuriyo e Utsushiyo sono due termini giapponesi che si trovano nella tradizione shintoista, “cioè quel fondo di cultura autoctona rivendicato come anima originale del Giappone”

che in italiano potrebbero essere resi rispettivamente con Mondo Nascosto e Mondo Disvelato. Quest`ultimo, cio` che noi chiamiamo comunemente realta`, secondo alcune interpretazioni potrebbe essere denominato anche Mondo Apparente e quindi è implicito il fatto che potrebbe essere un semplice riflesso di quell`altro piano del reale, il Kakuriyo appunto. Il Mondo Nacosto è il luogo in cui “ le divinita` e gli spiriti risiedono eternamente (…) un reame sovranaturale e sovrasensoriale non facilmente discernibile dal nostro mondo” è proprio questo antico mito shintoista che ci puo` fornire un`interessante chiave di lettura per avvicinarci all`opera di Kon Satoshi, zona quindi di sovrapposizioni, di indiscernibilita` dei piani del reale, schermo in cui il Mondo Nascosto e il Mondo Apparente si intersecano vicendevolmente. In Paprika, forse piu` che in altre opere, questa compenetrazione e dissoluzione ha il merito di raggiungere livelli di visionarieta` straordinari in uno straripante fiorire di forme e immagini.

Ci sembra importante cercare di dare quindi al genio creativo di Kon una derivazione, anche inconscia, propriamente giapponese, oltre alle innumerevoli influenze occidentali che lo stesso regista ha piu` volte ammesso. Sara` questa antica mitologia allora a suggerirci come la sua possa essere considerata una visione politeista, dove con questo termine si vuole indicare non tanto il carattere religioso dell`approccio ma soprattutto quell`intreccio di migliaia di forze ed intensita` e quindi di innumerevoli punti di vista che si disfano e compongono continuamente.

Non siamo interamente sprofondati nel sogno e d`altra parte neanche nel mondo della veglia, non siamo nè al di qua, nè al di la` dello specchio di Alice ma è come se scivolassimo, impazzite gocce di mercurio, sulla sua superficie. Il film è una zona intermedia quindi , dove tutti i mondi sono compresenti in sovraimpressione, una zona passaggio, gray zone fantasmagoricamente colorata, ricca e popolata.

Un ambiente deliziosamente descritto con agili pennellate anche nel corto Ohayo che a Paprika è successivo. Siamo qui in una stanza, come sempre realizzata con piglio baroccamente caotico, nel momento in cui la protagonista si sveglia e sdoppiandosi e moltiplicandosi, compie in uno stato di semi-veglia i piccoli gesti quotidiani come la preparazione della colazione o la doccia. Prima che la Parola, il pronunciare il buongiorno (ohayo) dissipi lo stato di sovrapposizione, insomma prima che il sogno si addormenti e la “realta`” si svegli. Non appena la protagonista si da` il buongiorno infatti il corto finisce ed è questa quasi una dichiarazione di intenti con cui Kon sembra quasi volerci suggerire come la sua opera si collochi quindi si` fra la fine del sogno e l`inizio della veglia ma anche, e forse soprattutto, al di la` della Parola.

“Sogno di sognare

sogno di sognare di sognare

o penso di sognare

e a volte penso di sognare

mentre sto pensando che sogno”

Abbandonata la forza discriminante della parola e quindi di una narrazione, (ripetiamo, anche visiva) lineare, che cosa resta? similmente a quanto avviene alla lettura della citazione di Arrabal, è quasi un senso di liberazione quello che accompagna e segue la visione di Paprika. Alla fine non è importante sapere se stiamo sognando o meno. Siamo persi, ma è un precipitare ilare con cui partecipiamo alla gioia della realta` e alle sue innumerevoli danze.

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