Addio a Satoshi Kon

Posto qui il pezzo con cui ho salutato su Il Manifesto il maestro Satoshi Kon:

Le anime belle di Satoshi Kon

Matteo Boscarol
Muore di cancro fulminante, a soli 47 anni, il papà delle «anime», l’autore di «Paprika», uno dei cineasti contemporanei più radicali e affascinanti. Assieme a Hayao Miyazaki e Mamoru Oshii faceva parte della triade gloriosa dell’immaginario giapponese più indocile e combattente
Proprio a pochi giorni dall’inizio di quella Mostra d’arte cinematografica di Venezia che nel 2006 lo aveva definitivamente lanciato e consacrato a livello internazionale come uno degli autori, non solo di animazione ma tout court, più interessanti e innovativi del panorama cinematografico contemporaneo, si è spento a soli 47 anni il regista e animatore giapponese Satoshi Kon.
Davvero una notizia che ha sorpreso e continua ad addolorare un po’ tutti. I commenti di incredulità e di sgomento di appassionati, addetti ai lavori e colleghi hanno inondato nelle ultime 24 ore i vari siti internet e social network.
Le cause del decesso non sono ancora state rese note ma sembra che a portare via il regista nipponico sia stato un tumore, probabilmente nella giornata di lunedì 23 agosto.
Ci lascia uno degli autori, è mai parola è stata più adatta per descrivere un regista che riusciva a dare ai suoi lavori un tocco molto personale e sempre spiazzante, che ha più ha caratterizzato l’animazione ed il cinema di genere negli ultimi 15 anni. Assieme ai suoi colleghi più famosi, Hayao Miyazaki e Mamoru Oshii, Kon ha contribuito nel corso di questo primo decennio del nuovo millennio a far conoscere la magia dell’animazione giapponese anche a chi prima non la considerava nemmeno, le sue opere, siano esse lungometraggi o corti d’animazione, non si ricordano solo per la visionarietà dello stile, ma soprattutto per la vita che il regista riusciva ad infondere ai suoi personaggi e per le tematiche sempre cruciali e scottanti che scopriva mettendone in risalto le contraddizioni.
Iniziata a 27 anni la carriera nel mondo dei manga, Kon successivamente collabora con Mamoru Oshii e a più riprese con Katsuhiro Otomo, l’autore di Akira che diventa di fatto il suo padrino artistico e lo coinvolge in molti progetti legati all’animazione.
Il debutto come regista avviene con Perfect Blue nel 1997 ed il suo talento si afferma definitivamente con i lungometraggi Millenium Actress (2001) e Tokyo Godfathers (2003). Kon non solo dirige i suoi lavori ma nella maggior parte dei casi ne cura anche il character design che dona un’impronta così tipica e riconoscibile alle sue opere. Dopo Paranoia Agent, una serie animata di tredici episodi realizzata per la televisione, e da alcuni considerata il suo capolavoro, il regista si dedica alla trasposizione per il grande schermo di un racconto di Yasutaka Tsutsui, Paprika, film che nel 2006 viene portato da Marco Mueller in laguna con lodi ed apprezzamenti sia da parte della critica che del pubblico.
Appartenente a quella generazione di autori esplosa definitivamente proprio durante gli anni duemila come Mamoru Hosoda, Masaaki Yuasa o il più giovane Makoto Shintai, Kon era rispetto a loro il più affermato, una sorta di padre spirituale, in definitiva il più talentuoso e con la maggior parte di essi condivideva il fatto di collaborare con la Mad House, la casa di produzione fondata nel 1972 sulle ceneri della Mushi Production del grande Osamu Tezuka.
Un ritorno ed un omaggio al tratto ed alla poetica del grande maestro doveva essere l’ultimo lavoro di Kon, Yumemiru kikai (The Dream Machine) che appunto ai personaggi dell’animazione classica di Tezuka doveva ispirarsi, probabilmente lo vedremo uscire nelle sale il prossimo anno, testamento postumo di uno dei più cruciali autori che l’animazione giapponese ci abbia donato nel corso della sua storia.
Molto si potrebbe dire sul suo cinema e sul suo approccio all’animazione e probabilmente ci si accorgerà della sua grandezza e della sua importanza solo con il passare del tempo, vale la pena però almeno ricordare come una delle caratteristiche fondanti di tutto il suo lavoro sia stata da sempre un amore e una passione per la settima arte, dichiarata più o meno esplicitamente in molte delle sue opere. Sottesa a quasi tutta la sua produzione artistica è inoltre una preoccupazione filosofica che lo portava a esplorare i limiti del reale, del sogno, dell’identità e della memoria nel mondo contemporaneo, mai però con un approccio affermativo e definitivamente esplicativo ma sempre con un gusto per la complessità ed una tendenza a problematizzare, anche per questo ci mancherà molto.
Ci piacerebbe pensare che Kon viva ancora nei sogni, che si sia trasferito nel reame onirico che tanto lo affascinava, che nel suo ultimo progetto abbia davvero trovato o inventato una macchina dei sogni con cui fuggire alla terribile malattia che lo ha colpito ma purtroppo non è così. Ci restano è vero le sue numerose interviste, le dichiarazioni e soprattutto la poetica dei suoi lavori. Ma sarà sempre troppo poco.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s