“Hausu” (House) di Nobuhiko Obayashi

Sabato scorso, il 30 ottobre, e` uscita un`altra puntata della mia rubrichetta su Alias, questa volta dedicata al capolavoro Hausu di Nobuhiko Obayashi. Guardatelo, guardatelo, guardatelo….ora anche in Criterion


La seconda meta’ degli anni settanta, porta alle estreme conseguenze la crisi che oramai gia’ da piu’ di un decennio colpisce le grandi case case cinematografiche giapponesi. E’ cosi’ possibile, finalmente verrebbe da dire, assistere allo sbocciare di nuovi autori nati e provenienti da un ambiente diverso che non sia quello degli studios e questo anche grazie alla leggerezza ed ai costi sempre minori dell’apparato tecnologico. Un esempio lampante e famoso in questo senso e’ Sogo Ishii che nel 1976 comincia a realizzare i suoi primi lavori in 8mm. Nel 1977 e’ la volta di “House”, film che col passare degli anni non avrebbe perso niente della sua carica di anarchica follia e che anzi sarebbe diventato un vero e proprio cult anche in Occidente. Il regista e’ Nobuhiko Obayashi, attivo durante i sessanta nel mondo della sperimentazione e dell’avanguardia giapponese assieme a Shuji Terayama e Donald Richie fra gli altri, per poi dedicarsi nel decennio successivo all’emergente mondo delle pubblicita’ televisive. “House” e’ il campo di battaglia in cui questi  due reami visivi si scontrano e si fondono, in parte parodia horror, in parte presa in giro di certe serie televisive, il film e’ un mix letale e godibilissimo di colori pop, inquadrature e filtri impossibili, artificiosita’  dichiaratamente tale, musica pop zuccherosa e  soprattutto di un montaggio ricco di jump-cut e fuori fase, evidente retaggio del passato sperimentale del regista.
La storia e’ quella di un gruppo di ragazze in visita nella casa di campagna della zia di una di esse che si rivelera’ essere pero’ una strega mangiatrice di carne umana. Obayashi riesce con una dose di anarchia strutturale che nelle opere successive non si ritovera’ piu’ , non a questi livelli comunque, a far collidere e saltare in aria non solo gli stilemi tipici del cinema dell’orrore e quelli della pubblicita’ televisiva, ma, e’ qui sta la sua genialita’, in alcune scene di stampo dichiaratamente surrealista, riesce a far delirare l’immagine filmica in se’ e a farla esplodere di gioia. Paradossalmente quella tensione all’avanguardia che aveva caratterizzato la prima fase della sua carriera, con un ritorno per sua stessa ammissione al cinema di Edison, trova in “House” il suo risultato piu’ riuscito. A tratti, stupefatti davanti ai colori sgargianti del film ed ipnotizzati dal suo gusto pop fortemente acido, ci sembra che “House” racchiuda in se’ molto di piu’ di quello che mostri. Uno dei primi esempi, come gia’ notato, di come il linguaggio pubblicitario possa influire e confluire sul grande schermo e’ allo stesso tempo, visto a distanza di piu’ di 30 anni, anche una critica preveggente di quello che sarebbe diventato il modello televisivo dominante a partire dagli anni ottanta. Un’opera che ha molto anche della psichedelia dei sessanta/settanta ed e’ per questo un film crinale, che abita ed incarna un periodo di passaggio nella cinematografia giapponese e non solo.

Qui una delle scene piu` belle

Qui un`intervista al regista

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s