“I Wish” di Hirokazu Kore’eda

Vent’anni fa, esattamente nel 1991 alla fine del boom economico per intenderci, cominciava la carriera come regista di Hirokazu Kore’eda. Iniziava in quel genere, il documentario, che lo avrebbe impegnato nei primi anni e che avrebbe informato e influenzato tutta la sua opera fino ad oggi. Dopo l’ultimo Air Doll, presentato al festival di Cannes un paio di anni fa, l’autore nipponico ritorna ad affrontare il tema della famiglia e soprattutto quello dei bambini, che lo avevano reso noto prima con Nobody Knows e poi con Still Walking.
Lo fa con il suo nuovo lavoro I Wish, ambientando nell’isola di Kyushu, nella zona meridionale del paese, in concomitanza di due eventi, quello dell’eruzione del vulcano Sakurajima e quello dell’apertura di una nuova linea dello Shinkansen, il treno veloce. Sia detto da subito, è un film dalla parte dei bambini, che cerca di vedere il mondo dalla loro prospettiva e, anche se ritroviamo molti bravi attori già visti in altri lavori di Kore’eda (Hiroshi Abe, Odajiri Joe, Kiki Kirin), è fuor di dubbio che i protagonisti assoluti sono i giovanissimi. In primis i due fratelli Maeda, 10 e 12 anni (fratelli anche nella vita reale) che interpretano qui i figli di una giovane coppia che vive separata.
Da una parte, c’è il secondogenito con il padre che, per seguire il suo sogno di musicista, si sposta ad Hakata, al nord di Kyushu. Dall’altra, la madre disoccupata e il figlio maggiore che traslocano a Kagoshima a casa dei genitori di lei, ormai in pensione. Ma i toni drammatici sono pressoché assenti, anzi, i momenti comici, grazie alle battute e alle simpatiche situazioni che si sviluppano durante tutto il film, creano la cifra stilistica di I Wish. Alla storia di questa famiglia divisa si incrociano quelle degli altri amici e compagni di scuola di Koichi e Ryunosuke, ognuno con i suoi desideri e sogni più o meno seri che vorrebbe realizzare: chi vuole diventare un giocatore di baseball, chi attrice (dopo che la madre ha fallito la sua di carriera) chi, semplicemente, sarebbe felice di sposare la maestra e così via.
È questa una delle parti più belle e meglio riuscite del film, quando con un’inquadratura su ogni bambino a guisa di intervista, vengono chiesti i loro sogni. Naturalmente siamo in un film e il personaggio è fittizio; però, e qui sta la bravura di Kore’eda, i bambini riescono a metterci del loro, quasi improvvisano mischiandoci anche i loro sogni e il risultato è straordinario.
La narrazione, per la verità, è un po’ lunga, siamo sopra le due ore che potevano forse essere sfoltite. Il film entra nel vivo quando due gruppetti di amici, capeggiati dai due fratelli, partono da Kagoshima e Fukuoka. Questo perché decidono di incontrarsi, all’insaputa dei genitori, a metà strada, in una zona dove, fra l’altro, le due nuove linee di Shinkansen si intersecano. Si dice infatti che esprimendo il proprio desiderio nel momento in cui due treni si incrociano questi avranno più possibilità di avverarsi. O, almeno, così sperano i ragazzi.
Sotto la superficie comica, talvolta irresistibilmente comica del film, soprattutto grazie alla prova dei due fratelli Maeda, che sono già noti per i loro spettacoli, Kore’eda ci lascia intravvedere un velo di tristezza e di consapevolezza per il tempo che passa. Il nonno che non riesce più a fare i dolci buoni come una volta, la nonna che è ormai impegnata solo in cucina e nella danza hawaiiana (un passatempo popolarissimo fra le donne giapponesi di una certa età), sono solo alcune caratterizzazioni della terza età che fanno da contrappunto alla frizzante energia dei bambini. C’è poi una scena tanto breve quanto evocativa e quasi straziante dove un’anziana signora, che ospita per una notte i bambini durante il loro viaggio per vedere i treni, pettinando una delle ragazzine si ricorda di sua figlia, ormai cresciuta, ormai lontana. È la mancanza, il tempo che dolcemente ma inesorabilmente fa il suo corso ma, vale la pena ripeterlo, il regista non lascia che questi sentimenti si coagulino sullo schermo perché li frantuma di solito con una battuta innocente dei bambini.
Un andamento che dà al film un bilanciamento speciale, molto tipico dei lavori del regista nipponico. Formalmente ritroviamo il solito Kore’eda, sempre attento ad usare la luce naturale e a creare delle inquadrature che, da sole, rivelano molto di più di qualsiasi parola, specialmente quelle delle soglie fra interno ed esterno della casa. Essere all’interno della famiglia, del focolare domestico ma anche al di fuori, nel mondo ed è proprio quest’ultimo elemento che sembra vivere in I Wish. C’è, infatti, molta attenzione per i luoghi esterni quasi di scarto, quelli che non hanno niente di speciale, non i paesaggi da cartolina ma quelli, fatti di case, strade, fiori, ferrovie e improvvisi scoppi di bellezza, che caratterizzano e punteggiano la quotidianità dei bambini, con il loro piacere per la scoperta. Esemplare è a questo proposito una scena in cui sempre durante il loro viaggio, i ragazzini si imbattono per caso, sul ciglio di una stradina, in un giardinetto di cosmee selvatiche dai colori così sfavillanti che ne sono tutti rapiti. Senza voler svelare troppo della trama, questa scena racchiude simbolicamente in sé molto del film: la vita vista improvvisamente con gli occhi dei bambini in tutta la sua ricchezza, al di là dei successi o dei fallimenti.
Parafrasando una bella frase di un nostro poeta, si potrebbe dire che per Kore’eda «la vita non è bella. È grande».

Matteo Boscarol

Articolo apparso su Il Manifesto del 12 giugno 2011

20110614-073905.jpg

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s